Bilinguismo: come il cervello gestisce due idiomi, e importanza dell’essere bilingui. Pt.1

Bilinguismo - Gaelico - Irlandese - Inglese

Il bilinguismo viene ancora oggi visto – in Italia lo sappiamo bene – come qualcosa di eccezionale, accessibile solo a poche menti straordinarie. In realtà, saper parlare due lingue è una capacità antica come la storia umana, forgiata da un passato di commerci, migrazioni… e guerre. Nato dalla curiosità di scoprire se il cervello dei bilingui abbia qualcosa di diverso rispetto a quello di chi è monolingue, questo articolo cerca di affrontare un’altra questione: perché il bilinguismo sia importante per la sopravvivenza dei gruppi umani e per la costruzione di un mondo più equo.

Bilinguismo: panoramica di un fenomeno globale.

Ad oggi siamo riusciti a contare nel mondo circa 7.000 lingue. Tuttavia, se andiamo a vedere quanti Paesi riconoscono più di una lingua ufficiale, questi sono meno di duecento! Decisamente non tornano i conti.
Le persone che conoscono e usano correntemente almeno due lingue sono il 60-75% della popolazione mondiale; ne deriva che il bilinguismo rappresenta la regola e non l’eccezione, come spesso siamo portati a credere.

Come si stabilisce quando una persona è bilingue?

Sotto il termine bilinguismo sono raggruppate una serie di situazioni, variegate come le tessere di un mosaico. Per questo non è semplice descrivere con esattezza cosa si intenda per individuo bilingue.

Un modo può essere basarsi sulla competenza linguistica: è bilingue chi possiede uguale competenza in entrambi gli idiomi. Ma è una definizione molto ideale e poco reale, perché taglia fuori persone in grado di esprimere qualche concetto in una lingua straniera o regionale, che perciò non possono essere considerate monolingui; tanto che alcuni studiosi, all’estremo opposto, ritengono che il monolinguismo non esista per davvero.

Un’altra strategia può essere quella di valutare il comportamento verbale delle persone. E dunque si qualifica come bilingue un soggetto che è in grado di alternare con facilità l’uso dei due idiomi, e che li usa con uguale frequenza.
Tale definizione quindi si concentra più sull’importanza di parlare correntemente due lingue, ma come l’altra si riferisce a una situazione di equilibrio, da cui i bilingui si discostano in maniera più o meno maggiore.

 

Nella vita reale è molto difficile, se non impossibile, riuscire a usare due lingue in tutte le occasioni. Ci sarà una lingua per le situazioni formali, una per gli amici… e una lingua di preferenza per pensare e fantasticare.

Come vedremo più avanti, questo squilibrio è determinato soprattutto dalla società in cui la persona è inserita, la quale assegna alle lingue funzioni ben precise.

Bilinguismo - Categorie di bilingui

Le tre categorie di bilingui.

Se l’apprendimento della lingua madre è qualcosa che accade solo nella prima infanzia, la classificazione proposta in tabella ci fa capire che il bilinguismo è un fenomeno che riguarda l’intero arco della vita. Il che introduce il prossimo punto della nostra storia.

Il falso mito del bilinguismo che appartiene solo all’infanzia.

Ammettetelo. Anche a voi è capitato di pensare che, finita l’infanzia, fosse finito anche il periodo d’oro per l’apprendimento delle lingue; e di vivere con un po’ d’ansia l’idea di un viaggio all’estero. Ma pure un incontro fortuito con le vecchine di paese.

Questa convinzione parte dal presupposto – vero – che i bambini piccoli sono come delle spugne, predisposti ad assorbire tutto quello che incontrano nel loro mondo.
È la conclusione a essere sbagliata. L’apprendimento è difficoltoso e richiede più tempo, ma si acquisisce ugualmente la capacità di esprimersi con successo sugli argomenti più disparati.
La vera differenza tra chi è bilingue sin dalla giovane età e chi lo diventa in seguito consiste nell’accento, che non preclude la comprensione da parte dei madrelingua.

Succede perché l’apparato articolatorio si è ormai specializzato nella produzione dei suoni della propria lingua.

Fermo restando che non è necessario essere identici ai madrelingua, se il proprio comportamento verbale è bilingue, alcuni studiosi hanno cercato di spiegare le differenze tra bambini e adulti bilingui. Negli anni ’60 venne formulata l’ipotesi del periodo critico (Lenneberg, 1967):

Il cervello dei bambini è più plastico, non avendo raggiunto la maturità. Negli adulti è avvenuta la lateralizzazione del linguaggio nell’emisfero cerebrale sinistro, e devono necessariamente appoggiarsi alla lingua madre per imparare la seconda.

Quest’ipotesi contempla l’esistenza di uno stadio di fossilizzazione, nel quale nonostante gli sforzi non si riescono a superare le proprie imperfezioni.Bilinguismo - Fossilizzazione

Non molti anni fa è comparsa un’altra ipotesi molto interessante (Siegel, 2003), secondo la quale gli adulti che imparano un nuovo idioma scelgono di non emulare i nativi, ma mantengono le peculiarità che indicano la loro provenienza, perché sono espressione della loro identità.

Potrei comunque non aver sciolto i dubbi di molti di voi. C’è chi si arrende in partenza perché crede che possano diventare bilingui solo coloro che hanno una grande attitudine per le lingue, tipo lui.

Perché si diventa bilingui: solo talento o c’è dell’altro?

Le ragioni del fenomeno vanno ricercate nella Storia, passata e presente. Ecco quali sono le condizioni affinché si crei il bilinguismo (e il plurilinguismo):

  • commerci, che hanno favorito la nascita di lingue franche e intermediari bilingui;
  • espansione, cioè l’allargamento dei propri confini in zone con lingua diversa. Qui non si può non pensare agli antichi Romani, e all’influenza che ha avuto il latino Bilinguismo - Immigrazione - Migranti Italianinella costituzione delle lingue romanze;
  • unificazione, e viene subito in mente l’unità d’Italia, che ha unito nella stessa nazione persone con parlate regionali molto diverse;
  • immigrazione, per motivi economici o per fuggire da situazioni di guerra, situazione attualissima;
  • situazioni post-coloniali, molto comuni nel continente africano; oltre alla presenza della lingua dei dominatori, i confini degli stati coloniali erano stati decisi a tavolino, e comunità con lingue differenti si sono ritrovate nello stesso territorio.

Certamente l’attitudine e la passione delle lingue avranno caratterizzato almeno qualcuno, tra chi ha vissuto queste situazioni.
Ma ciò che fa diventare bilingui è la necessità di adattarsi a una nuova situazione. Questo, e una forte motivazione ad apprendere; e a proposito di motivazione, un gruppo di ricercatori si è chiesto cosa accadesse nel nostro cervello quando impariamo parole in una nuova lingua.

È possibile che per il cervello le parole siano come le ciliegie… una tira l’altra.

Lo studio in questione è stato pubblicato sulla rivista Current Biology (Ripollés et al., 2014), e anche se ha coinvolto pochi partecipanti vale comunque la pena di parlarne.
Dato che per noi la comunicazione interpersonale è – di solito! – una grande fonte di soddisfazione, i ricercatori hanno cercato di scoprire se imparare nuove parole attivi nel cervello il circuito della ricompensa e della motivazione.

Tale circuito viene ‘acceso’ da stimoli gratificanti, che possono essere profani, come cibo, profumi, attività sessuale, alcool e stupefacenti, o più elevati, come le attività artistiche, intellettuali e altruistiche; dato che si prova una sensazione di benessere si è portati a ripetere il comportamento che ha attivato il circuito.

Il neurotrasmettitore impiegato nella via nervosa è la dopamina, la quale viene rilasciata dai neuroni della VTA (area tegmentale ventrale) del mesencefalo1 nel nucleo accumbens, situato nella profondità di ciascun emisfero cerebrale.

Se vuoi conoscere altre funzioni della dopamina puoi cliccare qui.

Ripollés & Company hanno studiato l’attività cerebrale con la risonanza magnetica funzionale.

La fMRI è una tecnica che rileva le variazioni di attività nelle aree cerebrali grazie alla variazione dell’afflusso di sangue (riflesso dell’aumento della domanda di ossigeno): sfrutta il fatto che il sangue ricco di ossigeno ha diverse proprietà magnetiche rispetto al sangue deossigenato.

L’attività del nucleo accumbens è stata misurata mentre venivano eseguiti due diversi compiti, un compito linguistico e uno di controllo.

Il compito linguistico consisteva nell’apprendere delle parole create apposta grazie alla lettura di frasi che permettevano di dedurne il significato.

Bilinguismo - Modello per apprendimento di nuove parole

Tratto da Current Biology (2014)

Come si può vedere nell’immagine c’erano tre tipi di frasi: congruenti (M+), incongruenti (M-) e non leggibili (NR). I partecipanti dovevano imparare esclusivamente le parole il cui significato era coerente nelle due frasi (M+).
I dati raccolti con la risonanza durante il compito linguistico sono stati confrontati con un compito ‘di controllo’, mostrato nella figura qui sotto.

Bilinguismo - Compito di controllo per la fMRI

Modificata da Current Biology (2014)

Ai partecipanti venivano presentati due numeri per volta, e avevano 2 secondi per sceglierne uno: se il numero si colorava in verde guadagnavano la cifra (in centesimi di euro) corrispondente al numero. Il fatto di guadagnare del denaro attivava il circuito della ricompensa.

Quando sono state paragonate le scansioni fMRI è venuto fuori che l’attivazione dell’accumbens durante il compito linguistico era simile all’attivazione durante il giochino per guadagnare centesimi.
Le analisi hanno mostrato che il circuito della motivazione e della ricompensa si accendeva in maniera specifica quando veniva imparato con successo il significato delle parole (condizione M+).

Gli autori avevano bisogno di un’ulteriore informazione: dovevano sapere se le nuove parole attivavano anche le vie neurali del linguaggio, insieme al nucleus accumbens.
Ricordate le frasi illeggibili (condizione NR)? Servivano a questo scopo! Paragonando le immagini ottenute con la risonanza hanno visto che il potenziamento dell’attività si verificava, oltre che nell’accumbens, anche in zone della corteccia dei lobi temporale, frontale e parietale, tutte coinvolte nella funzione linguistica.

Insomma, stando a questa ricerca imparare nuove parole dà gratificazione. Attualmente c’è una linea di pensiero secondo cui

Il linguaggio è un’innovazione che ha potuto svilupparsi, nei nostri antenati, proprio grazie alla collaborazione tra la corteccia cerebrale e il circuito della motivazione e della ricompensa, il quale è molto più antico dal punto di vista evolutivo.

Avendo nominato il cervello, non resta che passare alla fase successiva.

Le basi neurali del linguaggio, facoltà innata e unica nel regno animale.

I primi tentativi fruttuosi di spiegare la funzione del linguaggio risalgono al XIX secolo.
Quando ancora non esistevano le tecniche di neuroimaging (come la fMRI) si cercava di risalire alla localizzazione di una funzione partendo dalla patologia; esaminando cioè i casi di pazienti che avevano problemi di linguaggio.Bilinguismo - Basi neurali del linguaggio - Modello classico

Paul Broca e Carl Wernicke sono considerati due padri degli studi sul cervello e il linguaggio.
Broca fu il primo a dimostrare che un processo cognitivo come il linguaggio aveva una base biologica (e anatomica), e che il linguaggio era localizzato nell’emisfero sinistro (anche se ciò è vero solo in parte). Wernicke elaborò il modello di organizzazione del linguaggio che vediamo nella figura:

  • l’area in arancio è un centro verbo-acustico, deputato alla comprensione;
  • l’area in rosso è un centro verbo-motorio per la produzione del discorso;

le due aree avevano ovviamente bisogno di comunicare, e questa funzione era svolta dal fascicolo arcuato, un tratto di sostanza bianca che decorreva al di sotto della corteccia cerebrale.

La sostanza bianca è formata dagli assoni dei neuroni, cioè dai prolungamenti che nascono dai corpi di queste cellule; si presenta bianca perché gli assoni sono circondati da guaine di mielina, una sostanza lipidica.
I fasci di sostanza bianca trasportano info sotto forma di segnali elettro-chimici.

Ormai non ci accontentiamo più di questo modello. Anzi, man mano che la ricerca scientifica va avanti si scoprono nuovi aspetti che aggiungono complessità al sistema.
Non si considerano più i processi cognitivi segregati in una o più regioni cerebrali; ci si concentra piuttosto sulle relazioni tra corteccia e sostanza bianca.
Secondo questo nuovo filone di ricerca

Il linguaggio risulta dall’espressione di diversi circuiti neuronali, organizzati in una rete attraversata da un flusso continuo di informazioni, che può essere modulata dall’esperienza e dall’ambiente esterno.

Fatta questa premessa, com’è che il cervello gestisce il linguaggio?

Credo proprio che ci toccherà rinviare il discorso a un’altra volta…

Au revoir, vous dirai-je la prochain fois.

Ah, dimenticavo le fonti da cui ho tratto spunto per questo articolo:

M.J.T. Fitzgerald: Neuroanatomia con riferimenti funzionali e clinici, 6a edizione
Susan Standring: Anatomia del Gray, 40a edizione
Miguel Siguán, William F. Mackey: Educazione e bilinguismo (UNESCO 1986)
Scuola e bilinguismo in Sardegna – Aspetti scientifici e didattici (Atti del convegno del C.I.D.I., Febbraio 1988)
Linguistics Oxford, 2017: Bilingualism and multilingualism from a socio-psychological perspective
The Guardian, 2016: Why being bilingual works wonders for your brain
Enciclopedia Treccani, 1999: Neuropsicologia del linguaggio
The journal of Neuroscience, 2016: Bilingual language control mechanisms in ACC and DLPFC: a developmental perspective
Northwestern University: Cognitive and emotional effects of Bilingualism in adulthood
Superquark, 2018: Parlare due lingue migliora la memoria?
TED, Mia Nacamulli: The benefits of a bilingual brain
TED, Naja Ferjan Ramirez: Creating bilingual minds
Langfocus channel: Code-switching – Jumping between 2 different languages
EducationTalks: Bilingualism in education
Headstuff Lectures, Francesca la Morgia: 10 myths on Bilingualism debunked in 10 minutes
Neurologia Medico-Chirurgica, 2016: Neural basis of language – An overview of an evolving model
Vanilla Magazine: 1876-1915, 39 anni durante i quali emigrarono 14 milioni di italiani

Le altre sono disseminate nel testo.

Note

1 Il mesencefalo è la parte superiore del tronco encefalico, una piccola struttura che connette il resto dell’encefalo al midollo spinale. La VTA (area tegmentale ventrale) si trova nella parte anteriore del mesencefalo.

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