Bilinguismo: come il cervello gestisce due idiomi, e importanza dell’essere bilingui. Pt.2

Bilinguismo - Lingue - Mondo - Cultura

Penso che uno tra gli argomenti più appassionanti delle neuroscienze sia come il nostro cervello recepisce e usa le parole. E per capirlo sono partita direttamente dal livello avanzato: il bilinguismo, situazione in cui una persona è in grado di esprimersi bene, o abbastanza bene, in due lingue.
Saper usare più di una lingua è fondamentale per interagire con gli altri ma anche per preservare la nostra identità e la nostra cultura; e forse può aiutarci a mantenere la mente fresca!

Il bilinguismo è uno dei modi attraverso cui, nei millenni, le persone si sono adattate a seguito del contatto con altri gruppi umani.

Nella parte 1 abbiamo visto che i bambini sono particolarmente portati a imparare più di un’idioma, e su questo fatto ci sono varie teorie; ciò non toglie che una nuova lingua si possa imparare a qualsiasi età, se c’è la motivazione, e avere l’accento non esclude affatto la comprensione da parte dei madrelingua.

Poche chiacchiere: vediamo i circuiti nervosi implicati nel linguaggio.

Cominciamo considerando una situazione monolingue, nella quale il cervello deve gestire una lingua soltanto. La conoscenza della lingua madre significa avere competenze

  • passive, leggere e ascoltare
  • attive, scrivere e parlare;

Ma per semplicità ci focalizzeremo solo sulla produzione e la comprensione del linguaggio parlato.

Bilinguismo - Modello a due vie della funzione linguistica - Dual stream model

Tratto da Neurologia Medico-Chirurgica Tokyo (2016).

Attualmente si ritiene che l’elaborazione del linguaggio sia organizzata in due vie nervose (Fujii et al., 2016; Hickok, 2009):

  • una via ventrale, implicata nella fase di ingresso (input) o comprensione. È una grande rete nervosa fronto-parieto-temporale, sostenuta principalmente dal fascicolo fronto-occipitale inferiore (IFOF in figura);
  • una via dorsale, coinvolta nella fase di uscita (output) o produzione. che invece si avvale soprattutto del fascicolo longitudinale superiore/arcuato (SLF/AF).

Questa organizzazione è simile al modello proposto per l’elaborazione visiva, che comprende anch’esso una via ventrale e una dorsale (ne avevo parlato a proposito di Mike May, qui).

I fasci di sostanza bianca, composti dagli assoni dei neuroni, fanno comunicare varie parti del cervello, che perciò collaborano per svolgere le più svariate funzioni.

Inoltre sembra esista un terzo circuito, all’interno del lobo frontale, che si attiva nel momento in cui c’è l’intenzione di iniziare a parlare.

Se ti va di approfondire, la breve presentazione qua sotto fa al caso tuo (immagini tratte da Neurol Med Chir 2016).

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L’integrazione tra le vie ventrale e dorsale è fondamentale per imparare una lingua straniera!

Le aree ‘sensoriali’ del linguaggio esercitano una grande influenza sulle aree motorie: basti pensare che la sordità comparsa in età adulta si accompagna a un declino nell’abilità ad articolare le parole, segno della necessità di un feedback uditivo.

Poter accedere alla struttura del suono è fondamentale sia per la comprensione, che per la produzione delle parole.

L’utilità di questa influenza vien fuori quando dobbiamo imparare a pronunciare parole in una nuova lingua – specie se lunghe e difficili – e memorizzarle nel nostro ‘vocabolario mentale’.

Imparare a pronunciare una nuova parola straniera prevede due passaggi:

  • le sequenze di fonemi sono codificate nel sistema uditivo-fonologico…
  • e poi associate a una precisa sequenza articolatoria.

Il sistema guida sillaba dopo sillaba la pronuncia – ecco perché all’inizio risulta lenta, difficoltosa e intenzionale – ma poi il processo diventa semplice e automatico.

Adesso conosciamo le basi del linguaggio: ma cosa succede nel cervello di una persona bilingue?

Ci sono delle teorie su come il cervello si comporti con due lingue.

Si ipotizza che nei bilingui entrambe le lingue siano costantemente attive. Ma se ciò è vero, come riescono a parlare normalmente?
Il cervello deve compiere uno sforzo per tenerle separate: si parla infatti di indipendenza dei codici.

È stato osservato nei bambini bilingui che questa separazione comincia molto presto, ed è ben stabilita a 3-4 anni d’età.

Ciononostante, si osserva nei bilingui di tutte le età una tendenza a combinare i due idiomi. Tale tendenza prende il nome di code-switching.

Il code-switching è espressione della creatività dei bilingui.

Il code-switching è un fenomeno naturale, imprevedibile e sistematico. Una delle due lingue si comporta da matrice (matrix language), nella quale si inseriscono elementi grammaticali dell’altra lingua (embedded language).

Bilinguismo - Code-switching

Alcuni esempi di code-switching

Alla base di questo fenomeno c’è la necessità di ottimizzare il proprio comportamento linguistico. Il code-switching è infatti influenzato da fattori socio-psicologici.
Vediamo in quali occasioni entra in scena:

  • per includere o escludere qualcuno dalla conversazione.
    Nel primo esempio, qualcuno chiede della madre al telefono; la figlia va ad avvisarla e passa allo sloveno per non farsi capire all’altro capo del filo.
  • quando si vuole esprimere una parte della propria identità (etnica, religiosa, etc.).
  • per enfatizzare un concetto, come nel secondo esempio, dove una persona ripete in inglese la raccomandazione fatta in punjabi.
  • quando la lingua matrice non esprime un concetto in modo abbastanza efficace.

    Avrete osservato che, nel tradurre un concetto da una lingua all’altra si verifica una perdita (lost in translation), riflesso della singolarità di ciascuna cultura.

    Nel terzo esempio, la persona passa al portoghese perché le parole italiane ‘nostalgia’ o ‘malinconia’, sono meno adatte di ‘saudade‘ a descrivere come si sente; la parola portoghese ha un maggior contenuto emotivo.

Il code-switching è visto sotto una luce negativa sia dalla società che dai bilingui stessi. Si pensa che sia segno di confusione e un tentativo di distruggere il proprio patrimonio linguistico.

In realtà questo fenomeno è segno della creatività dei bilingui, e anche della loro competenza in entrambe le lingue; eh sì, perché gli elementi non vengono mescolati a casaccio, ma seguono delle regole grammaticali. Vediamo un esempio:

Bilinguismo - Code-switching - Regole grammaticaliNella lingua slovena, il verbo essere (stato in luogo) richiede il caso locativo, mentre il verbo andare (moto a luogo) richiede il caso accusativo. Difficilmente un bilingue direbbe la prima frase, ecco perché il code-switching è qualcosa di molto sofisticato.

Ma non è finita!

Altra caratteristica del cervello bilingue è di saper scegliere in poche frazioni di secondo la lingua idonea all’interlocutore o al compito che sta svolgendo; e cambiare idioma altrettanto velocemente per adattarsi a un nuovo scenario.

Si pensa che questa abilità coinvolga due aree di controllo, cioè

  • la corteccia prefrontale dorso-laterale (DLPFC)
  • la corteccia cingolata anteriore (ACC).

Uno studio recente ha evidenziato che l’attività di queste zone aumenta nel momento in cui si deve ‘spegnere’ una lingua  perché non serve (Blanco-Elorrieta et al., 2018).
Dall’analisi dei dati è emerso che disattivare un codice linguistico richiede una forte connettività tra le zone prefrontali di entrambi i lati. Inoltre, la DLPFC esercita un controllo ‘dall’alto’ sull’attività della corteccia cingolata anteriore.

Bilinguismo - Corteccia prefrontale dorso-laterale
La corteccia prefrontale dorso-laterale, mostrata in figura, è in parte  responsabile delle funzioni esecutive:

  • spostamento dell’attenzione da un compito all’altro
  • aggiornamento costante della memoria di lavoro3
  • inibizione delle interferenze
  • organizzazione di sequenze di azioni in base a un obiettivo.

Le funzioni esecutive non vengono reclutate solo nei compiti linguistici, sono generali, riguardano ogni aspetto dei nostri processi mentali.

E qui arriviamo alla domanda da un milione di dollari.

È vero che il bilinguismo rende più intelligenti?

No. A parte il fatto che l’intelligenza non è qualcosa di così semplice da misurare, è sbagliato interpretare gli studi condotti sul bilinguismo in questo modo.
Ciò che i vari gruppi di ricerca hanno trovato è che i bilingui superano i monolingui in vari test psicologici progettati apposta per valutare le funzioni esecutive.
Attualmente si pensa che il bilinguismo

  • aumenti la flessibilità mentale
  • contribuisca alla riserva cognitiva o cerebrale.

Pensiero flessibile: ipotesi sulla natura del vantaggio bilingue.

Inizialmente si è pensato che il vantaggio bilingue fosse dovuto al costante impiego di meccanismi di inibizione. Dato che le due lingue sono sempre attive, non solo il cervello deve selezionare le parole appropriate in una lingua, ma deve anche sopprimere le interferenze nella lingua che non serve.
Perciò i bilingui sarebbero più bravi a ignorare le distrazioni, e questo li fa eccellere nei test. Ma questa ipotesi non spiega i risultati ottenuti con il Flanker task (Blom et al., 2017).

Bilinguismo - Flanker task - Test psicologico - Test cognitivo

Flanker task: indica entro 5 secondi in che direzione punta il pesce al centro.

Il Flanker task serve ad analizzare la risoluzione di un conflitto cognitivo. Se i pesci sui lati puntano nella direzione opposta rispetto al pesce centrale, per dare la risposta corretta bisogna ignorare questa distrazione.
Ecco, i bilingui sono bravi in questo, però risultano avvantaggiati anche nelle prove in cui non c’è alcun conflitto.

A seguito di altre ricerche, è stato proposto che il vantaggio bilingue sia dovuto a un potenziamento dell’attenzione (vedi anche Bialystok, 2015).

Per il cervello dei bilingui, avere a che fare con due tipologie di lessico, strutture grammaticali, suoni e labiale di chi parla, significa lavorare intensamente per cercare contrasti e somiglianze tra i due sistemi linguistici.

Questo permetterebbe loro di discriminare meglio sottili differenze nel mondo in cui vivono, vantaggio che gli studiosi riscontrano anche in compiti non linguistici.

Bilinguismo, riserva cognitiva ed età che avanza.

Gli studi sugli anziani bilingui hanno dato risultati interessanti (vedi anche Bialystok et al., 2012). Rispetto agli anziani monolingui si riscontra una maggior funzionalità dei neuroni, i cui corpi cellulari si trovano nella sostanza grigia.
Inoltre, andando a studiare i cervelli di anziani monolingui e bilingui con una tecnica chiamata imaging del tensore di diffusione (DTI), nei bilingui è stata osservata una maggiore integrità della sostanza bianca nel

  • corpo calloso, che permette la comunicazione tra i due emisferi cerebrali;
  • fascicolo longitudinale superiore di entrambi i lati
  • fascicolo fronto-occipitale inferiore destro.

Magari questi risultati non vi dicono nulla; sicuramente troverete molto più interessante il fatto che gli anziani bilingui si ammalino di demenza (ad es. di Alzheimer) con circa 4 anni di ritardo rispetto ai monolingui. Scansioni ottenute con la tomografia computerizzata (TC) hanno anche mostrato che nel cervello dei bilingui c’erano più segni della malattia di Alzheimer.
Come mai?

I ricercatori spiegano queste scoperte usando il concetto di riserva cognitiva (o cerebrale):

Conoscere e parlare spesso due lingue è un’attività stimolante per il sistema nervoso, che aiuta a compensare gli effetti dell’invecchiamento e delle malattie neurodegenerative.

Sembra che non sia mai tardi per cominciare a potenziare la propria riserva cerebrale.

È doveroso fare presente che gli studi sugli effetti cognitivi del bilinguismo non sono conclusiviAlcuni gruppi di ricerca non sono riusciti a replicare i risultati (Paap et al., 2015; Duñabeitia et al., 2015).
Però è altrettanto importante notare cosa questi studi non abbiano trovato: un calo delle performance cognitive nei bilingui.

Dovete sapere che, fino a più o meno 50 anni fa, il bilinguismo era visto come qualcosa di estremamente negativo dagli esperti dell’epoca. Si pensava fosse causa di confusione, ritardo mentale e schizofrenia (esagerati!).

Per cui, mentre la ricerca va avanti, avendo ormai capito che non ha conseguenze deleterie, bisognerebbe incoraggiare il bilinguismo il più possibile.
Il perché lo scoprirete nell’ultima parte dell’articolo.

Aspetti sociali del bilinguismo.

Il comportamento linguistico di una persona non è condizionato dal semplice fatto di conoscere due idiomi, ma anche da come la società considera il suo bilinguismo.
Si parla, infatti, di bilinguismo sociale per definire:

  • l’atteggiamento che la società hai nei confronti delle lingue che il singolo adopera
  • le funzioni che la società assegna alle lingue.

Perché l’inglese viene parlato quasi ovunque, anche da persone con una lingua madre completamente diversa? Forse il segreto dell’inglese sta nella struttura grammaticale, o nelle possibilità espressive che dà…
No. È un fatto puramente sociale, determinato dalla Storia dell’impero britannico e dal ruolo che oggigiorno ricoprono gli States nello scenario mondiale.

Nonostante tutti gli idiomi abbiano pari dignità, la società è ben disposta verso alcune lingue, mentre ha un atteggiamento ostile verso altre.

Questa ostilità è diretta verso le lingue regionali, le lingue minoritarie e le lingue degli immigrati. Chi parla una lingua che non ha prestigio sociale viene dileggiato, considerato una persona rozza e ignorante, e discriminato.
Ciò se tutto va bene; se va male, invece, si può venire accusati di usare la propria lingua per insultare, maledire senza farsi capire, o di avere brutte intenzioni e progettare qualcosa a danno della comunità.

Per cui, si può passare dalla derisione alla violenza da parte di chi considera un determinato idioma l’unico idioma possibile, e vede il bilinguismo come una minaccia.

L’esistenza di uno squilibrio tra lingue prestigiose e non prestigiose condiziona le funzioni che queste lingue svolgono all’interno di una società, di una regione geografica o di una nazione.
Si stabilisce l’esistenza di una lingua ‘alta’, che viene usata nell’istruzione, nell’amministrazione e, nella nostra epoca, anche nelle telecomunicazioni.
A questa si contrappone una lingua ‘bassa’, che viene usata in situazioni quotidiane e informali; una lingua pratica, emotiva, legata più all’azione che alla riflessione, destinata a persone semplici e poco istruite.

Questa situazione si chiama diglossia. Ecco qualche esempio:

  • nell’odierna Gran Bretagna, tra l’inglese antico (Ænglisc) e la lingua franco-normanna4, a seguito dell’invasione dei Normanni;
  • in Africa al tempo dei regimi coloniali, tra le varie lingue presenti nel territorio e le lingue dei dominatori;
  • in Sardegna, tra il sardo (Limba Sarda5) e il catalano a seguito dell’invasione catalano-aragonese;
  • ancora in Sardegna, tra sardo e italiano;
  • in Galizia, tra il gallego e lo spagnolo.

La diglossia è molto pericolosa per i gruppi umani e per i singoli individui. La prima conseguenza dello squilibrio è il blocco dello sviluppo della lingua ritenuta inferiore, che non evolve il suo lessico adattandosi alle nuove scoperte; oppure, come è successo in Africa, non raggiunge lo stadio di lingua scritta.

La seconda conseguenza sono i sentimenti contraddittori che le persone sviluppano nei confronti della lingua materna e della lingua prestigiosa.
La lingua materna è la lingua degli antenati e testimonia la loro Storia, ma al tempo stesso genera rancore perché mette chi la usa in una posizione di svantaggio.
L’altra lingua è la lingua degli invasori; tuttavia conoscerla permette di elevarsi dalla miseria, e magari di farsi accettare da chi la parla.

La lingua debole non riesce a stare al passo coi tempi ed è legata a esperienze dolorose. I genitori non la insegnano ai figli perché vogliono che abbiano una vita migliore, e così, man mano che le generazioni passano, viene usata sempre meno.

È questa la conseguenza ultima della diglossia: che una lingua muore.

L’inglese antico si è di fatto estinto (e l’inglese moderno ha davvero poco in comune con esso), e molte lingue parlate in Africa hanno fatto la stessa fine. E il sardo rischia ugualmente di estinguersi, nonostante gli sforzi di alcuni e tra l’indifferenza di molti.

Bisogna pensarci bene prima di abbandonare una lingua. Perché, quando questa muore, con essa se ne va anche la cultura che attraverso quell’idioma si esprimeva.

Bilinguismo - Lingue in pericolo e Lingue estinte

Immagine tratta da Towards Data Science

Il bilinguismo è qualcosa di prezioso, non è affatto una minaccia all’integrità di una nazione o di una società. Parlare fluentemente un dialetto regionale o una lingua minoritaria non significa rifiutare la lingua statale.
Neppure è dannoso, o irrispettoso, che chi emigra conservi la sua lingua e la sua cultura mentre impara la lingua e la cultura di un altro Paese.

Noi abbiamo sempre voluto preservare la nostra identità – altrimenti non ci sarebbe una Little Italy in ognuna delle principali città del mondo – perché dobbiamo guardare con ostilità chi cerca di fare lo stesso?

E c’è un’altra cosa da considerare:

I ricercatori hanno osservato che, perché esista un vero bilinguismo e si possano ottenere vantaggi cognitivi, ci deve essere una buona competenza nella lingua materna (Blom et al., 2017).
È fondamentale che i genitori parlino ai propri figli nella lingua d’origine (De Houwer, 2007).

La lingua è uno degli elementi che definiscono un gruppo umano. Se parliamo due lingue diventiamo persone più ricche.
Come diceva Wittgenstein

“I limiti della mia lingua indicano i limiti del mio mondo.”

A si biri.

Ah, dimenticavo. Trovate le fonti dell’articolo nella parte 1.

Ps: se volete essere dei bilingui al passo coi tempi, perché non iniziare con delle belle lezioni di cinese? Quelle di Mauro Bruno (clicca qui), per esempio.

Note

2 Il fonema è un’unità linguistica non ulteriormente scomponibile, che produce una variazione di significato se viene scambiata con un’altra (ad es. ‘tetto’ e ‘detto’ differiscono per un solo fonema).
3 La memoria di lavoro viene anche chiamata memoria a breve termine procedurale. Permette di tenere a mente una serie di informazioni e di collegarle in ordine logico per eseguire un compito.
4 La parlata franco-normanna era distinta dalla parlata di Parigi, chiamata Francien.
5 Il sardo è una lingua romanza formata da diverse varianti. Le principali sono il campidanese, il logudorese e il nuorese.

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