Affinità/Divergenze tra gli estinti e Homo sapiens: del conseguimento della maggiore età. Pt.4

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Questo capitolo sarà simile alle riprese fatte da un drone. Nella prima parte, il nostro drone immaginario si solleverà in volo, fino ad avere una panoramica di tutto il Vecchio Continente: dalla sua posizione vedrà piccoli gruppi umani varcare le porte dell’Eurasia; grazie ai suoi filmati capiremo quanto sia stato importante, per la diversità umana, essere pionieri.
Nella seconda parte il drone perderà quota. E lo farà in Africa, si aggirerà tra i componenti di un’umanità antica la quale, senza saperlo, sarebbe diventata un modello da seguire.

Introduzione – Mettetevi comodi…

Il terzo episodio di questa serie ha aperto un piccolo squarcio sul grande numero di specie comprese nel genere Homo.
Una simile rivelazione non rappresenta un punto d’arrivo, bensì è un calderone di nuove domande: innanzitutto, da dove derivava tutta questa diversità?


Per capirlo non dobbiamo considerare il fenomeno evolutivo solo da un punto di vista temporale, ma anche da una prospettiva spaziale e geografica.


Out of Africa. Valvola di sfogo e fonte di divergenza.

I primi umani basavano la propria dieta sempre sempre più sulle proteine animali, sorgente importante quanto inaffidabile di nutrimento. Per aumentare le chance di sopravvivenza è stato naturale suddividersi in tanti gruppetti, e nel frattempo diffondersi, spostandosi di qualche chilometro anno dopo anno, generazione dopo generazione…


In gergo tecnico, tale fenomeno è noto come espansione dell’areale di una specie; e questa espansione si chiama Out of Africa perché produsse la fuoriuscita di gruppi umani dal continente in favore del Medioriente e dell’Eurasia.



L’immagine mostra in maniera schematica questa prima diffusione, cominciata dopo i 2 milioni di anni fa (Ma) e che durò centinaia di migliaia di anni.

Già prima di 1,5 Ma rappresentanti del genere Homo vivevano in Estremo Oriente; stiamo parlando di una distanza formidabile, diecimila chilometri separavano questi individui dai loro cugini in Africa, e l’esistenza di barriere geografiche contribuì a questa frammentazione.


L’isolamento ha perciò impedito di accoppiarsi e scambiarsi materiale genetico.


I primi umani in Eurasia: la rivincita dei piedi sul cervello.

La più antica testimonianza di Out of Africa viene datata intorno a 1,8 Ma. I fossili ritrovati mostrano tutto il potenziale creativo del genere Homo: se ci soffermiamo sulle loro caratteristiche – del cranio, ma non solo – si trovano delle differenze, tra questi primi abitanti dell’Eurasia, che fanno pensare alla nascita di nuove specie umane. Vediamole:

  • Homo georgicus, scoperto per l’appunto in Georgia. I paleoantropologi si sono rotti la testa per interpretare questi resti. Da una parte mostravano degli aspetti arcaici, che ricordavano gli early-Homo africani; dall’altra la loro anatomia strizzava l’occhio a forme umane successive;

Tra l’altro, uno dei crani di H. georgicus presenta un rimodellamento alveolare, per cui si trattava di una persona (relativamente) anziana.
Costui doveva mangiare cibi teneri e c’era qualcuno che si prendeva cura di lui… È l’evidenza più antica della compassione umana verso i bisognosi.


  • Homo floresiensis, che occupava l’isola di Flores (Indonesia), una specie umana dalle caratteristiche piuttosto arcaiche e un caso di nanismo insulare;
Nanismo insulare: che cos’è?

È quel fenomeno che porta alcune specie animali a rimpicciolirsi quando rimangono bloccate su un isola. Ne sono un esempio gli elefantini della Sicilia, purtroppo estinti.
Gli umani della specie H. floresiensis non a caso sono stati soprannominati “Hobbit”: erano alti circa 1 metro!

  • Homo erectus: una specie piuttosto longeva – circa un milione di anni di esistenza – i cui resti sono stati ritrovati in Cina e nell’isola di Giava (Indonesia).


Gli studiosi del passato non avrebbero scommesso due lire su questi pionieri. Perché…

Fino a non molto tempo fa, si credeva che la diffusione fuori dal continente Africano fosse possibile solo in presenza di un grande cervello e di una tecnologia sofisticata.
Le evidenze, invece, dicono che questi antichi umani fabbricavano semplici attrezzi del Modo 1 (Olduvaiano), e avevano una capacità cranica modesta, al di sopra del mezzo litro!
Ma erano ottimi camminatori.

Ciò dimostra che l’evoluzione umana non è stata un processo “dalla testa ai piedi” semmai il contrario.

Per quanto riguarda le dimensioni del cervello, H. erectus fa eccezione.

Homo erectus, l’ex-antenato di Homo sapiens.

Difatti, grazie all’encefalizzazione, il volume endocranico di H. erectus passa dai 900 ml ai 1150 ml (in media), durante l’arco di esistenza della specie.


Un cervello notevole! Per questo Homo erectus è stato a lungo considerato l’antenato dell’umano anatomicamente moderno, tanto che quando venne scoperto si parlò dell’anello mancante tra l’uomo e la scimmia.


In realtà, molti nel settore ormai pensano che H. erectus non c’entri nulla con H. sapiens, e che sia stato un ramo evolutivo a parte.
Però, dato che la scienza non è un monolite, alcuni accademici tendono ancora ad inserire nel contenitore H. erectus pure le popolazioni coeve dell’Africa, che sono simili, ma non identiche (vedi Coolidge & Wynn, 2018).
Benissimo, allora non ci resta che tornare in Africa orientale a conoscere questi individui.

Homo ergaster: archetipo degli esseri umani estinti.

Il titolo di questo capitolo è solo apparentemente pomposo. La specie Homo ergaster, esistita nell’intervallo temporale 1,8 Ma – 900 mila anni fa (Ka) costituisce un modello di riferimento per la classificazione dei fossili al genere Homo. Mi riferisco ovviamente alla morfologia del cranio.

Peculiarità come, ad esempio, una scatola cranica bassa (platicefala) e allungata in senso antero-posteriore, un po’ come un pallone da rugby; il toro sopraorbitario, che separa la faccia dal neurocranio come una visiera ossea; la fronte sfuggente e la faccia grande sono ben visibili in tutti i fossili umani successivi a questa specie.
Gli unici a essere diversi siamo noi, Homo sapiens.
(Fonte immagine: qui).


L’ipotesi più gettonata è che siano stati proprio individui di questa specie, o magari una varietà a loro affine, a uscire dall’Africa diffondendosi nel Vicino Oriente e oltre.


Turkana Boy


È incluso nella specie H. ergaster lo scheletro fossile del ragazzo del Turkana, conosciuto anche come Nariokotome, vissuto circa 1,6 Ma e diseppellito in Kenya nel 1984.
Questo giovanotto di sicuro si spostava su due gambe, e aveva il fisico alto e slanciato di chi deve percorrere grandi distanze nel caldo maledetto della savana; proprio per un’esigenza di termoregolazione si pensa che Homo ergaster non avesse più la pelliccia.

(Fonte: Smithsonian Museum website).

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Il calco della cavità cranica di questo ragazzo ha mostrato un’asimmetria cerebrale, come accade in Homo sapiens, che potrebbe suggerire un uso preferenziale della mano destra.


Le affinità con Homo sapiens ci sono, però questo ragazzino resta un autentico puzzle…

Ad esempio, quanti anni aveva il giovane Nariokotome, esattamente?
Bella domanda!
Se consideriamo gli studi fatti sulle ossa lunghe – che normalmente si allungano grazie alle cartilagini di accrescimento – il suo sviluppo era quello di un ragazzino odierno di 11-12 anni. Dopodiché, studiando l’eruzione dei denti, Turkana risulta essere morto a 8 anni.


Magari è possibile che H. ergaster maturasse più in fretta di H. sapiens, almeno sotto alcuni aspetti.


Una cosa è sicura: il Nostro aveva una capacità cranica di 880 ml, e il suo cervello sarebbe cresciuto ancora, se non fosse morto. Ci troviamo di fronte a un’umanità dove l’encefalizzazione (vedi pt. 3) cominciava a farsi sentire…

Per cui non sarebbe insensato immaginare che, in risposta alla crescita del cervello, e quindi della testa, i neonati ergaster nascessero anch’essi immaturi e indifesi.

Ricostruire una società dalle sue ossa (?).

Dagli studi fatti sui fossili sono emerse tante piccole sfide poste alle femmine di Homo ergaster. Come fare a procurarsi autonomamente il cibo quando hai un cucciolo inerme, che non può più aggrapparsi alla tua pelliccia, dovendo percorrere grandi distanze? Per non parlare del rischio di predazione.
Potenzialmente tali problemi hanno un impatto sulla vita di tutto il gruppo.


Per tale ragione, è stato ipotizzato che H. ergaster praticasse una forma di assistenza sociale a garanzia del sostentamento delle donne.


Nuove maestranze per una nuova tecnologia.

Con la comparsa di H. ergaster è come se si fosse verificata una rottura con il passato. Se con H. habilis e H. rudolfensis c’erano ancora delle ambiguità – il motivo per cui sono definiti elegantemente early-Homo – con il giovane Nariokotome salta subito all’occhio una fisicità inequivocabilmente umana.
Ma non si tratta solo di questo. Intorno a 1,5 Ma inizia a comparire, in Africa, una industria litica che per la prima volta appare fuori dalla portata delle scimmie antropomorfe.

La nuova tecnologia, denominata Modo 2 (o Acheuleano), comprende in particolare strumenti dalla forma a goccia, le amigdale, dette anche asce a mano o bifacciali.
Sono delle autentiche icone del Paleolitico, attrezzi multiuso dai bordi affilati e sinuosi.

(Fonte immagine: qui).

Erano più sapienti e raffinate, la mano e la mente di questi individui, rispetto agli artigiani di Lomekwi o di Olduvai. In effetti anche il nome della specie rimanda a questo, poiché ergaster deriva dalla parola greca che significa “lavoro”.

Le abilità cognitive dietro alla scultura di una mandorla.

Tra le varie cose che si possono fare con un’ascia a mano c’è il provare a capire la procedura usata per ottenerne una. Per iniziare, chi studia Homo ergaster ritiene che la sua capacità di memoria fosse potenziata rispetto alle altre specie. Perché?
Confezionare un bifacciale richiede una sequenza di azioni più lunga, essendo strumenti più elaborati dei semplici attrezzi del Modo 1.

Ad essere interessata sarebbe la memoria procedurale, cioè un tipo di memoria a lungo termine che si costruisce attraverso la pratica, e ci ricorda come fare le cose.
Secondo alcuni autori (vedi Coolidge & Wynn) l’encefalizzazione si potrebbe spiegare citando il potenziamento della memoria.

Perché un’amigdala ha proprio quella forma?

Non si sa. Ma è lo stesso fatto che abbia una forma ad essere intrigante.
Sembra che questi antichi umani possedessero delle abilità visuo-spaziali abbastanza sofisticate; qua non si è lavorato solo per ottenere dei bordi taglienti, ma si è andati alla ricerca di una simmetria.

Guardando la situazione dal punto di vista del cervello, sembra che a questo punto sia intervenuta una collaborazione tra i lobi occipitali, che elaborano per primi le info visive; i lobi parietali, fondamentali per gestire le relazioni spaziali tra le parti di un oggetto; i lobi temporali per il riconoscimento delle forme; il cervelletto per l’esecuzione armoniosa dei movimenti.

Ma c’è di più: confrontando un chopper con un’ascia a mano, noi non abbiamo difficoltà a definire la seconda un vero strumento, proprio in virtù della sua forma imposta.


Probabilmente con Homo ergaster nasce il concetto di oggetto permanente, qualcosa che sai che esiste nel presente, nel passato e nel futuro, a prescindere dal fatto che lo usi o no.


Insomma, i bifacciali sembrano l’icona di un salto cognitivo, però ancora non vi ho parlato degli aspetti più strani di questa tecnologia.

Giallo sulla nuova industria litica e il suo vero scopo.

Grazie alle evidenze archeologiche si identificano almeno tre cose che non tornano:

  • quando inizia l’epoca dei bifacciali, la tecnologia Modo 1 non scompare improvvisamente;
  • le asce a mano sono molto efficaci per la macellazione, ma poche mostrano segni di uso intensivo, inoltre, insieme ai resti delle carcasse si trovano soprattutto semplici schegge di pietra;
  • col tempo, le amigdale diventano più belle, senza che questo migliori in alcun modo la loro efficacia come attrezzi.

Eppure, esistono dei siti dove si trovano centinaia di amigdale, quando si poteva semplicemente andare avanti con la vecchia tecnologia.


Ciò ha fatto pensare che lo scopo di tali strumenti andasse oltre l’uso materiale; che scolpire un’amigdala avesse, piuttosto, un significato sociale!


Attenzione, significato sociale non significa avere un connotato simbolico: è difficile credere che una pietra a goccia rappresentasse qualcosa di più di ciò che era, invece è possibile che essere un abile artigiano favorisse la selezione sessuale, e dunque la possibilità di trasmettere il proprio patrimonio genetico.



A supportare l’ipotesi c’è la tendenza, condivisa da tutti i Primati (vedi pt. 1), a preferire tutto ciò che è simmetrico: gli individui che, nel fisico, non rispettano la simmetria sono istintivamente giudicati poco sani…


Cosa ha permesso il salto cognitivo in H. ergaster?

Per concludere in bellezza questo capitolo sull’evoluzione umana potremmo riflettere su cosa abbia reso il cervello di Homo ergaster più complesso dei “modelli” precedenti. Naturalmente ci sono diverse ipotesi.

Una di queste riguarda la dieta di questi antichi gruppi umani, la quale tra l’altro era già stata chiamata in causa per spiegare l’encefalizzazione (nella pt. 3).
In pratica, questa tesi (vedi Previc 1999, DeLouize et al. 2016) allude al maggiore affidamento che essi facevano sulle carcasse animali, come testimoniato da diversi siti africani (Konso-Gardula, Peninj etc.).

Assumendo più proteine animali che in passato, era necessariamente aumentato il consumo di tirosina, un amminoacido che alcuni neuroni usano per sintetizzare la dopamina – uno dei principali messaggeri chimici del Sistema Nervoso – la quale è coinvolta in diversi processi cognitivi.

Se vuoi conoscere più in dettaglio le funzioni della dopamina, ti consiglio i miei articoli sulla depressione (clicca qui) e sul morbo di Parkinson (vai qui).

L’altra ipotesi di cui voglio parlarvi è forse più interessante, e riguarda la qualità del sonno di Homo ergaster e specie affini; a cambiare le cose sarebbe stata l’abitudine a dormire per terra, abbandonando definitivamente la vita arboricola.


Dormire a terra avrebbe preservato l’integrità del sonno – che sugli alberi è reso frammentario dal rischio di cadere, ad esempio – e ne avrebbe allungato alcune fasi, come il sonno a onde lente (profondo) e la fase REM.


Fase REM: grande fucina dei sogni.

In Homo sapiens il sonno REM (anche detto sonno paradosso) ha la maggior durata tra tutti i Primati, ma forse già Homo ergaster aveva sperimentato un allungamento di questa fase.
In pratica è quel momento in cui si sogna. È stato ipotizzato che la mente si serva del sogno per diversi scopi:

  • Simulare scenari minacciosi/ansiogeni, oppure situazioni sociali (vedi Revonsuo 2000, 2015) in modo da modellare il comportamento a livello subconscio (priming);
  • stimolare la creatività, permettendo di formare nuove connessioni tra idee disparate e magari contraddittorie.

Inoltre, esiste un ricco campo di indagini sulla relazione tra fase REM (ma anche altre fasi del sonno) e il consolidamento delle memorie.

Questo episodio termina qui…

Se sentite un po’ di stanchezza è normale, abbiamo guardato le riprese accelerate di un milione di anni di Storia! Ma non è finita. Se vorrete conoscere ancora una tessera del mosaico del genere umano, restate in attesa del quinto episodio.

Alla prossima.



Le fonti sono disponibili alla fine dell’episodio 1.

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