Affinità/Divergenze tra gli estinti e Homo sapiens: del conseguimento della maggiore età. Pt. 5

Tra le specie Homo arcaiche e quelle più derivate, cosa c’è? Beh, dalla scura terra emergono due realtà contraddittorie. Se guardassimo l’industria della pietra, potremmo dedurre solo un lungo periodo di stasi. Ma, in realtà, esiste una ricca documentazione fossile che racconta di una variegata umanità di mezzo: tra praterie e foreste, tra il caldo soffocante e i ghiacci, si è scritto un capitolo della Preistoria che ha aperto la strada alle “scimmie nude” più complesse che la Terra avesse mai conosciuto.

Homo heidelbergensis. La regina Vittoria del tempo di mezzo.

Il binomio latino Homo heidelbergensis è poco noto al di fuori della Paleoantropologia. La prima volta che venne usato fu per classificare una mandibola rinvenuta in Germania ai primi del ‘900.
Stiamo quindi per parlare della nascita della civiltà Europea? A dire il vero, no, ma ritorneremo sull’argomento dopo aver presentato il Nostro.

Homo sapiens - Affinità - Divergenze - Evoluzione - Intermedio - Bodo - Fossile - Fossili - Homo - Homo heidelbergensis - Europa - Africa - Out of Africa - Antenato - Antenato comune

Esseri umani con un’anatomia riconducibile a H. heidelbergensis compaiono, forse, già 800 mila anni fa (Ka) e sicuramente a partire dai 600 Ka; il cranio qui mostrato, diseppellito in Etiopia, mostra una volta più rotondeggiante rispetto a Homo ergaster (vedi pt. 4) dovendo accogliere un cervello di maggiori dimensioni.

Infatti, il volume endocranico raggiunge una media di 1230 ml, vicinissimo al livello di encefalizzazione raggiunto dalla nostra specie!
Volendo entrare nello specifico, non solo nel grande cervello, ma anche nel loro stile di vita e nelle loro capacità si intravedono, per la prima volta, le avvisaglie di un comportamento simile a quello di H. sapiens.

Bande di cacciatori affini a Homo sapiens.

Anzitutto, le evidenze raccolte in siti come Boxgrove (UK) mostrano che facevano un uso del territorio molto intelligente. Le comunità di H. heidelbergensis si spostavano stagionalmente occupando diversi luoghi; alcuni erano senz’altro temporanei, in altri ritornavano ancora e ancora, come testimoniato dal ritrovamento di attrezzi, per fare un esempio.
Era una strategia atta a massimizzare l’utilizzo delle risorse ambientali e la sopravvivenza.

Predatori in Europa


Tra le risorse a loro disposizione c’era senza dubbio la carne, e nei siti frequentati dal Nostro sono ben presenti ossa di grandi mammiferi – cavalli, rinoceronti e così via – con segni di macellazione o cut-marks.
Nella piramide ecologica Homo non è più un saprofago, vale a dire un consumatore di carcasse predate da altri, ma inizia il suo percorso di cacciatore.

Homo sapiens - Affinità - Divergenze - Evoluzione - Homo - Homo heidelbergensis - Tecnologia - Tecnologia non-litica - Lancia - Lance - Legno - Fossile - Germania - Archeologia - Carne - Caccia

Ad avvalorare l’ipotesi della caccia c’è il ritrovamento, sempre in Germania, di quelle che sembrano delle lance di abete (fonte qui), affilate su entrambi i lati: sono state infatti recuperate tra i resti di carcasse di cavalli. A renderle straordinarie è la datazione, circa 350 Ka, poiché è molto difficile che degli strumenti non-litici si conservino così a lungo.



Sopravvivere a latitudini elevate deve aver richiesto la padronanza del fuoco…

La scoperta del fuoco viene ancora per tradizione attribuita ad Homo erectus, nella logica della marcia verso il progresso. Purtroppo, il rapporto degli umani con il fuoco è assai nebuloso.

Scovare le tracce di un focolare è complicato. Spesso si deve fare affidamento su sedimenti o fossili animali che sembrano essere stati a contatto con le fiamme; ciò non significa che quelle persone sapessero accendere o controllare un fuoco, potrebbero bensì aver sfruttato un incendio naturalmente creato da un fulmine.



Se la prima, oltretutto debole, evidenza di uso del fuoco si ha in Africa già 1,4 Ma, il ritrovamento più antico ad avere davvero l’aspetto di un focolare risale addirittura a 350 Ka!


Nel caso di Homo heidelbergensis è abbastanza certo che usasse il fuoco, visto che ha conosciuto l’Europa in un momento nel quale glaciazioni e fasi interglaciali si alternavano.
Tra l’altro, uno studio (Wrangham, 2009) fa notare che, con delle temperature così basse, non sarebbe stato possibile masticare abbastanza carne cruda da soddisfare il proprio fabbisogno energetico giornaliero.

Lavorazione della pietra: un ristagno, o forse no?

La cassetta degli attrezzi di questa umanità intermedia comprendeva ancora strumenti litici del Modo 2 (o Acheuleano), come le celebri amigdale.
Ciò appare quanto mai strano a un umano moderno, per il quale sarebbe impensabile vivere con la stessa tecnologia di cinquecento anni fa, figuriamoci con quella di un milione di anni orsono!
Tutto farebbe pensare a una stasi dell’industria litica, e ciononostante un occhio esperto è in grado di trovare degli autentici cambiamenti.


Uno strumento può rimanere invariato nel concetto – nel nostro caso, pietra a goccia – ma può mutare il modo di pensarlo e di produrlo. Questo è ciò che è successo con H. heidelbergensis.


Tardo Acheuleano


Le amigdale venivano scolpite a partire da una pietra preparata appositamente per lo scopo (gli anglosassoni parlano di “prepared-core techniques“).


Grazie all’uso di percussori fatti di osso, corno oppure legno si aveva un maggiore controllo sui bordi dello strumento: il risultato era una pietra dalla forma aggraziata e con i bordi più sottili e affilati (fonte qui).

Breve analisi di una nuova mente al lavoro.

Su Homo heidelbergensis abbiamo a disposizione una quantità di materiale che supera di gran lunga tutte le conoscenze accumulate sugli early-Homo e sui pionieri dell’Out of Africa. Ne viene fuori un quadro nettamente più chiaro sulle sue capacità mentali, di cui tracceremo le linee fondamentali.

In primo luogo, la distribuzione pluricontinentale della specie e la padronanza di una tecnica assai raffinata gettano luce sulla flessibilità mentale di questi umani.

La flessibilità dipende da quante strategie apprese sono custodite nella memoria a lungo termine. Cercare ogni volta di inventarsi qualcosa di nuovo non è il modo più sicuro di agire quando hai poco tempo; è molto meglio una soluzione affidabile e pronta all’uso.


Capiamo, perciò, che il potenziamento della memoria a lungo termine ha accompagnato l’evoluzione umana. Non solo: è stato per tutti noi qualcosa di essenziale.


Hard-disk di pietra e funzioni esecutive.

Laddove un cranio non può dirci più di tanto, è di nuovo la pietra a tenere traccia dei processi cognitivi – o meglio, alcuni di essi – di H. heidelbergensis. Nello specifico, l’analisi condotta sulle asce a mano rivela qualcosa sulle sue funzioni esecutive


Funzioni esecutive è un termine ombrello, usato per indicare l’insieme di tutti quei moduli i quali permettono la buona riuscita delle nostre azioni, e che in H. sapiens ha raggiunto uno straordinario sviluppo.


Scolpire un bifacciale richiedeva al Nostro che prestasse attivamente attenzione a più cose contemporaneamente:

  • massimizzare la produttività della pietra di partenza in modo da ottenere schegge adatte per forma e dimensione;
  • controllare che l’amigdala stesse assumendo le giuste proporzioni.


E nel farlo aveva bisogno di ignorare le distrazioni, evitare movimenti sbagliati e di spostare rapidamente l’attenzione da un’attività all’altra.
Sembra che queste abilità dipendano da una zona della corteccia frontale destra chiamata pars triangularis, localizzata in blu nell’immagine accanto.


Sapevi che le funzioni esecutive possono essere influenzate da varie condizioni? Per esempio la sindrome di Asperger, che fa parte dei disturbi dello spettro autistico (clicca qui), ma anche patologie come la depressione (leggi qua) o la demenza associata al Parkinson (vedi qui).

Insomma, un centro di comando più sofisticato di quello posseduto dagli, ormai lontani, artigiani del Modo 1. Da cosa possiamo ipotizzarlo?
Uno studio (vedi Hecht et al. 2015) ha usato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per guardare quali aree del cervello si accendevano per lavorare a semplici schegge di pietra (Olduvaiano) o raffinate amigdale (tardo Acheuleano). La pars triangularis si attivava maggiormente quando i volontari scolpivano delle amigdale; anche se la ricerca è stata condotta su H. sapiens, è ragionevole supporre che per H. heidelbergensis accadesse lo stesso.

Pensiero spaziale: le analogie con Homo sapiens.

È sempre grazie ai succitati strumenti litici che possiamo affermare, con sufficiente certezza, che le abilità visuo-spaziali di H. heidelbergensis fossero sovrapponibili a quelle di un umano di oggi.

La sua opera mostra una conoscenza intuitiva dello spazio euclideo, che verrà formalizzata soltanto centinaia di migliaia di
anni dopo!

(Immagine creata da Garry Killian qui).

In particolare, negli attrezzi realizzati dal Nostro si scorgono:

  • attenzione alla quantità spaziale, cioè le amigdale più belle hanno una simmetria congruente, in cui ciascun lato è un duplicato del lato opposto;
  • percezione allocentrica, in pratica l’abilità di immaginare punti di vista non direttamente visibili, necessaria per ottenere una simmetria non più bidimensionale – il livello raggiunto da Homo ergaster – bensì tridimensionale.

… L’inizio di una vera sensibilità estetica?

Un altro aspetto che rende estremamente interessante questa specie è il suo presunto rapporto con l’estetica.
Per iniziare, sembra che, a volte, fossero interessati a ottenere un impatto visivo con il loro lavoro. Nel record archeologico non si trovano soltanto bellissime pietre lavorate, ma anche bifacciali dalle dimensioni esagerate, che pesavano diversi chili. Di sicuro non servivano a lavorare le carni…

Le quattro componenti dell’esperienza estetica.

Gli studi sulla nostra specie hanno permesso di identificare quattro reti nervose che interagiscono a creare l’esperienza.
Tali reti si sono senz’altro evolute separatamente.
Le prime due sono molto antiche, e vengono dette “bottom-up” perché funzionano in maniera più o meno automatica:

  • rete percettiva (elaborazione delle info visive);
  • rete del piacere/della ricompensa (la vista di qualcosa scatena piacere o interesse);

le ultime due vengono anche dette “top-down”, perché sono sotto il controllo della coscienza:

  • rete di valutazione (ad esempio bello/brutto);
  • rete culturale/simbolica (fornisce un significato all’esperienza estetica).

Alcuni ricercatori pensano che la componente simbolica sia stata raggiunta solo da H. sapiens.

Inoltre abbiamo trovato le prime evidenze dell’uso di pigmenti minerali da parte di una specie umana.
Il sito di Twin Rivers (Africa Centrale), il quale ha una datazione compresa tra i 400 Ka e i 266 mila anni fa, ha restituito oltre 300 pezzi di minerali, come ematite, limonite e specularite.


Il fatto che i minerali fossero stati portati lì da un’altra parte, e la difficoltà di lavorazione della specularite – che è un minerale durissimo – fanno credere che H. heidelbergensis fosse proprio interessato ai colori, magari per dipingersi il corpo.


Ma non vi ho ancora presentato il pezzo forte.

Figurina di Berekhat Ram


Da alcune angolazioni ricorda il corpo di una donna, in più l’esame al microscopio ha dimostrato che i solchi sono stati fatti da una mano umana.


(Fonte immagine: qui).

La figurina ha diviso gli esperti circa la sua interpretazione. Taluni la ritengono la più antica Venere Paleolitica – essendo datata tra i 250 Ka e i 280 Ka – attribuendole perciò un significato simbolico.
Purtroppo, lo vedremo anche nei capitoli finali del nostro viaggio, dare una definizione di simbolismo che vada bene a tutti è davvero complicato.


Chi possedeva questa statuetta magari pensava solo che fosse bella da guardare, senza vederci la personificazione della fertilità o cose del genere.


Una nuova espansione e i suoi illustri discendenti.

Ricordate di cosa si parlava all’inizio? Il primo reperto classificato come Homo heidelbergensis è stato trovato in Germania e datato 500 Ka.


Ecco, l’umanità di mezzo arrivò a popolare sia l’Africa che l’Eurasia grazie a una seconda Out Of Africa, che cominciò grosso modo 800 mila anni orsono e seguì, in sostanza, gli stessi tracciati della prima.


Fino a non molti anni fa era comunemente accettato che le bande di H. heidelbergensis fossero state le prime ad arrivare in Europa.
Adesso sappiamo che quest’ultima fu occupata a più riprese a partire da circa 1,3 milioni di anni fa.
Le popolazioni della prima ora devono aver subìto notevoli crolli demografici a causa delle glaciazioni, che le hanno infine spazzate via; non è stato così per questa nuova specie, dotata di straordinarie capacità di adattamento.

Homo sapiens - Affinità - Divergenze - Evoluzione - Antenato - Antenato comune - Albero genealogico - Pleistocene - Homo - Homo heidelbergensis - Neanderthal - Denisova
Immagine tratta da qui.

Esattamente, come è accaduto la prima volta, l’isolamento ha favorito la nascita di specie nuove…

Gli avvenimenti derivati dalla nuova diffusione geografica possono essere riassunti con un piccolo albero genealogico (fonte qui). Il modello più accreditato, vede alla base Homo heidelbergensis; le cui popolazioni, ormai separate, gradualmente si differenziano dando origini a tre specie altamente derivate:
Homo neanderthalensis
l’Homo di Denisova, assai affine al primo
infine Homo sapiens, cioè noi.

Eravamo tutti legati da un antenato comune. Homo heidelbergensis è stato per noi un po’ come la regina Vittoria, che aveva ben tre regnanti europei tra i suoi nipoti! Anche noi, ad un certo punto della Preistoria, ci siamo ritrovati a condividere l’Eurasia… e molto altro.
Se vi va di conoscere qualcosa in più sui nostri cugini estinti, ci rivediamo per il sesto e penultimo episodio.

Alla prossima.



Le fonti le trovate in fondo all’episodio 1.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: