Affinità/Divergenze tra gli estinti e Homo sapiens: del conseguimento della maggiore età. Pt. 6

Continuiamo a restare in Europa, questa volta per focalizzarci su un’umanità alternativa, con la quale abbiamo un legame strettissimo. Una specie che, se pensiamo ad un processo evolutivo che si è dipanato in milioni di anni, è vissuta praticamente l’altro ieri: tuttavia molte cose ci sfuggono sul suo comportamento, e sulla sua fine.


Si può dire che la paleoantropologia sia strana. Una scienza che vuole raccontare una storia, ma per farlo inizia proprio dal capitolo finale.
È il riassunto – un po’ alla buona – di quel che accadde un bel giorno del 1856: il recupero di curiosi resti nella valle “dell’uomo nuovo”, valle di Neander per gli abitanti del posto.
A chi appartenevano?

Repin, Cosacchi scrivono una lettera al Sultano di Turchia.

Secondo un’interpretazione particolarmente fantasiosa doveva trattarsi di un cavaliere Cosacco, finito là e morto in epoca Napoleonica. Dopodiché, si trattava di resti fossili sì umani, ma talmente particolari che si meritarono un nome a parte: Homo neanderthalensis.
Per gli amici Neanderthal (o anche Neandertal, senza h).

Neanderthal: umani nati e plasmati dal freddo.

Homo neanderthalensis discendeva da bande di cacciatori-raccoglitori della specie H. heidelbergensis – nomi difficili, tocca ammetterlo – che ormai vivevano isolate dai loro parenti a sud del Mediterraneo (vedi pt. 5).
Individui con caratteristiche fisiche che ricordano i Neanderthal iniziano a comparire in Europa già 300 Ka, e reperti classificabili come tali anche prima di 150 mila anni fa. Una specie abbastanza recente, insomma, di cui abbiamo tante ossa fossili.

Anatomia degli autoctoni Europei.


Questi umani erano di bassa statura rispetto a H. sapiens, con un fisico possente e compatto, il quale serviva a ridurre la dispersione del calore in un’Europa molto fredda. Il cranio dei Neanderthal mostra dei tratti molto antichi, pur appartenendo a un coevo della nostra specie. Ancora una volta troviamo il rilievo osseo in corrispondenza delle sopracciglia, anche se più aggraziato che in precedenza; la fronte è sfuggente, il naso è grande (altro adattamento al freddo).

(Fonte immagine: The Anatomical Record 2005).


La faccia, vista dall’alto, ha la forma di un cuneo proiettato in avanti.
Nel complesso vediamo il ripetersi di un modello stabilitosi con H. ergaster e proseguito con H. heidelbergensis.

Analizzando il cranio di H. neanderthalensis notiamo anche un’altra cosa importante. Il volume della scatola cranica è davvero notevole, con un range che oscillava tra i 1250 ml ed i 1700 (!) millilitri.
Il neurocranio ha dovuto assecondare questa espansione cerebrale.


Immaginando di avere, sul proprio tavolo, i crani fossili di H. ergaster, H. heidelbergensis e di una persona Neanderthal, potremmo notare che il punto di massima larghezza della scatola cranica si solleva sempre di più man mano che si arriva alle forme umane più derivate.


Ciò che cambia, rispetto agli umani anatomicamente moderni, è la forma del cervello.

Il cervello Neanderthal ricalcava la forma “a palla da rugby” del neurocranio, ed era espanso soprattutto nella sua parte postero-laterale.
Il cervello di un individuo attuale ha invece una forma globulare, e il cranio ricorda di più un pallone da calcio.

Già questo frammento di informazione ci permette di fantasticare. La parte posteriore del cervello ospita la corteccia occipitale, deputata alla funzione visiva… Chissà, magari il Nostro percepiva un mondo più ricco di colori, o di dettagli.
Purtroppo possiamo solo fare delle congetture.

(Fonte immagine: qui).

Qual è il legame tra Neanderthal e Homo sapiens?

Le condizioni in cui si sono ritrovati i resti di Homo neanderthalensis hanno preservato una parte del DNA, il quale si può estrarre da un fossile e analizzare nelle sue sequenze. Diversamente da quanto accade per le specie ominidi più lontane nel tempo, non abbiamo più solo ossa da paragonare; ma anche un formidabile strumento per scoprire che tipo di parentela esistesse tra Noi e Loro.

Perché è difficile che si conservi il DNA?

Il DNA è una molecola molto delicata, per la quale è stato stimato un tempo di dimezzamento di 512 anni (vedi Allentoft et. al).
Inoltre ci sono diversi fattori che possono influenzarne la degradazione: per esempio la temperatura, l’acidità del terreno e l’umidità.

Grazie alla ricerca sappiamo che i nostri DNA sono identici al 99,5%, e con la tecnica dell’orologio molecolare si stima che l’ultimo antenato in comune con i Neanderthal sia vissuto circa 650 Ka. Tale sarebbe la quantità di tempo necessaria perché si accumuli quella piccola percentuale di differenza.

(Fonte immagine: qui).

Notate bene che ho parlato di un antenato comune tra le nostre specie. È probabile che la maggior parte di voi ricordi di aver studiato che si trattava di un nostro antenato (più rozzo e stupido, chissà); o magari che fosse dei nostri, Homo sapiens neanderthalensis.
Mi spiace rovinarvi i ricordi d’infanzia, però né l’una né l’altra sono vere!


Le nostre due specie erano cugine, e Neanderthal rappresentava un bell’esempio di umanità alternativa.


Le analisi genetiche svelano anche una curiosa tradizione…

Questi umani vivevano in piccoli gruppi – si stima dalla 10 alle 50 persone – e dunque avevano relazioni strette (face to face) con poche persone. Ma un ritrovamento fatto a El Sidrón (Spagna) ha mostrato che c’era un’eccezione alla regola.

Dal DNA antico, estratto da 12 scheletri fossili, si è visto che le società di H. neanderthalensis erano patrilocali. Vale a dire, le donne si spostavano dall’orda in cui erano nate a un’altra; non sappiamo se venissero rapite o no, è comunque un fatto interessante.

Bene, adesso abbiamo le basi per conoscere più da vicino questo enigmatico cugino. Proseguiamo!

Dentro la complessità Neanderthal, master di un universo locale.

In primo luogo, non ci sono dubbi che i Neanderthal fossero cacciatori abilissimi. Coesi nei loro piccoli gruppi, conoscevano intimamente il loro territorio, e ne sfruttavano le caratteristiche per concentrare e intrappolare il bestiame selvatico. Le loro prede preferite erano i grandi mammiferi: il bisonte europeo, il mammuth, il rinoceronte lanoso, prede pericolose specialmente perché formano dei branchi.

Megafauna del Pleistocene (fonte qui).

E dagli scheletri capiamo che questi cacciatori non si tiravano certo indietro. La loro tecnica consisteva, letteralmente, nel correre incontro alla morte…


Perché quegli animali li trafiggevano a distanza ravvicinata, e diversi resti mostrano segni di guarigione di ferite alla testa e nella parte superiore del corpo.


Non sappiamo quanto fosse importante il consumo di vegetali, nella dieta dei nostri cugini. Ma sicuramente dovevano consumare tanta carne: perché, per mantenere un corpo così robusto e muscoloso, avevano bisogno del 30% di calorie in più rispetto a Homo sapiens.

Le competenze tecniche raggiungono un livello altissimo.

Il tempo delle asce a mano, le celebri pietre dalla forma a mandorla, era ormai giunto al tramonto. Gli umani Neanderthal si distinsero per la padronanza di una tecnica di lavorazione litica tra le più difficili, chiamata levallois.
Stiamo entrando nel periodo del Paleolitico chiamato Modo 3 (o Musteriano).

Levallois


Permette di ottenere un numero limitato di schegge grandi e sottili.

(Fonte immagine: qui).

Le schegge si ricavano attraverso una oculata preparazione del nucleo di pietra, il quale deve ricordare una testuggine invertita. La forma della pietra, e della piattaforma su cui viene adagiata, consentono di controllare il modo con cui la forza del colpo verrà trasmessa.
Ogni scheggia verrà poi lavorata producendo un diverso tipo di bordo tagliente, che ne condizionerà l’utilizzo. L’industria del Modo 3 comprende soprattutto:

  • raschiatoi, perfetti per rimuovere il grasso dalle pelli e per il taglio;
  • denticolati, in quanto il bordo della scheggia presenta delle specie di denti;
  • punte di pietra.

Queste ultime sono ciò che resta di un’utile arma per la caccia. Infatti, sono state disseppellite diverse punte con ancora delle tracce di catrame sopra: presumibilmente erano incollate a un manico in legno, forse erano delle punte di lancia.

Flessibilità ok, ma innovazione?

Padroneggiare la tecnologia levallois significava avere un cervello capace di:

  • immagazzinare un corpus di conoscenza procedurale che sicuramente eccedeva le possibilità di H. heidelbergensis, e magari anche quelle di H. sapiens;
  • organizzare in maniera gerarchica lunghe e complesse catene di azioni;
  • flessibilità dell’artigianato in base al contesto (dove mi trovo, che animali ci sono);
  • attenzione condivisa, sia per apprendere che per insegnare la tecnica.

(Fonte immagine: qui).


Con il termine attenzione condivisa s’intende che due persone dirigono la propria attenzione su qualcosa di specifico, e sanno che condividono questa attenzione. Tra le basi neurali dell’attenzione condivisa potrebbe esserci il sistema dei neuroni specchio, presente in tutti i Primati (vedi Coolidge e Wynn, 2018).


Una cosa che però manca, in questa mente così complessa e simile alla nostra, è l’innovazione. I Neanderthal erano esperti artigiani e cacciatori, ma non sembra fossero grandi inventori; almeno, è quello che risulta dai reperti archeologici ritrovati sinora.

Ma non dobbiamo per forza vedere la mancanza di rinnovamento in un’accezione negativa.
H. sapiens è per definizione la specie inventrice; tuttavia, nella Storia dell’umanità, pochissimi hanno reagito a delle situazioni creando qualcosa di nuovo. La maggior parte di noi si è sempre affidata a soluzioni/tecniche apprese già introdotte da altri.

I nostri cugini parlavano tra loro?

Insomma, vogliamo sapere se usavano il linguaggio articolato.

Esso appare come un’autentica peculiarità umana; a nessuno scimpanzé è mai venuto in mente di combinare diversi suoni, attraverso cui creare delle parole. Va da sé che chiunque si occupi di specie estinte si domandi se anche gli altri sapessero parlare. Specialmente H. neanderthalensis, che era tanto complesso!

Se ti va di sapere come funzioni il linguaggio parlato, ti consiglio i miei articoli sul bilinguismo (parti da qui).

Intanto, è possibile che tra H. sapiens e H. neanderthalensis cambiasse qualcosa nell’ambito della fonazione. Da cosa possiamo dedurlo?
Incredibile ma vero, studiando la morfologia dei crani fossili.

Come la base del cranio influenza la fonazione.

La base cranica altro non è che il tetto della cavità orale. Negli umani moderni, la base mostra una flessione, grazie a cui la laringe si abbassa e la faringe si allunga: il risultato è che, al netto del rischio di soffocamento, riusciamo a produrre una vasta gamma di suoni.
Gli studi sui fossili indicano che il grado di flessione moderno si fosse già raggiunto 600 Ka, in H. heidelbergensis, l’antenato comune tra noi e Neanderthal…
Tuttavia, il cranio dei cugini Europei aveva una conformazione diversa, e perciò anche la gola aveva una forma diversa dalla nostra.


A prescindere dalla capacità di produrre suoni, si ipotizza che Neanderthal comunicasse attraverso un protolinguaggio; che avesse un vasto lessico (repertorio di parole), ma che, forse, non usasse regole di grammatica e sintassi, oppure che queste fossero minime.


Il problema, quando si considerano delle funzioni complesse come quella linguistica, è che scarseggiano le evidenze dirette: purtroppo siamo costretti a sottostimare le capacità di una specie estinta, sebbene abbiamo toccato con mano la sua intelligenza.
Però c’è un altro enigma che motiva la cautela sulla questione “lingue dei Neanderthal”.

Il linguaggio, per lo meno quello di Homo sapiens, non può essere disgiunto dalla funzione simbolica

Vale la pena di indagare se anche i Neanderthal vivessero immersi nei simboli; se la loro mente li manipolasse per ricostruire e comprendere la realtà.

Secondo alcuni studiosi, no.

A sostegno di questa tesi ci sarebbe la minore complessità sociale dei Neanderthal, rispetto a quella di Homo sapiens.

Poiché conducevano un’esistenza locale, spostandosi poco anche per raccogliere la pietra grezza, che senso avrebbe avuto usare simboli per indicare un diverso status sociale, o altro?
Tutti gli estranei dovevano essere uguali allo stesso modo.
Inoltre, chi è convinto di questo cita l’uso che facevano del fuoco: un uso pratico, sembra, forse il focolare non era il fulcro della vita sociale, dove si condividevano racconti, simboli astratti, miti

Nel frattempo, anni di scavi archeologici e impegno hanno restituito al mondo una serie di evidenze che fanno pensare tutt’altro, e (per fortuna) tengono vivo il dibattito. Vediamole.

Pitture e monili: estetica o simboli?

Il simbolo del Tao rappresenta la realtà di tutte le cose.

Simbolo


Elemento che evoca alla mente una precisa idea, usato per descrivere specialmente entità astratte, accettato per convenzione da coloro che lo usano.

Partiamo dal ritrovamento di ornamenti, una delle cose che ha contribuito alla rivalutazione di questi umani estinti.

I siti neanderthaliani raccontano, per esempio, di artigli e conchiglie forate, che avevano tutta l’aria di essere monili; mentre particolari segni lasciati sulle ossa di rapaci indicano che ne usavano le piume più belle.


L’uso di pigmenti – come ocre e diossido di manganese – sembra fosse piuttosto diffuso, ma, curiosamente, pare che li usassero i maschi e non le femmine.


(Immagine qui, articolo su Plos One 2015).

Ciò sembrerebbe indicare non solo una forte sensibilità estetica, ma magari un significato simbolico per queste abitudini.

Una scintilla di arte rupestre…


L’anno 2018 dovrebbe essere ricordato come il momento nel quale il primato artistico di H. sapiens ha iniziato a vacillare, a causa del ritrovamento di pitture in tre grotte della Spagna. Grazie a una tecnica assai precisa (datazione torio-uranio) sappiamo che i disegni risalgono a circa 65 Ka, dunque prima dell’arrivo degli umani moderni in Europa.

Purtroppo non conosceremo mai il significato di quei segni.

Possibili sepolture e una strana grotta.

Per concludere, uno dei motivi per cui abbiamo parecchie ossa postcraniali di questi umani lo dobbiamo alle occasionali sepolture intenzionali riportate alla luce.
Certo, si può seppellire un corpo per semplice buon senso – un cadavere puzza e non è bello da vedere – ma un’altra sensazionale scoperta potrebbe spingerci a riconsiderare il senso di tali sepolture…

Foto di Etienne Fabre.

Parlo della grotta di Bruniquel, frequentata dai Neanderthal circa 170 Ka. A renderla speciale è che bisogna percorrere 300 m dentro la montagna, alla luce delle torce, per entrarci!
Una volta dentro, si possono ancora ammirare delle strutture ad anelli, fatte con pezzi di stalagmiti di dimensioni simili.


Nella grotta si trovano resti di fuochi, ma non sembra fosse un’abitazione, preferendo i nostri cugini i ripari di roccia esterni.
Bruniquel è perciò candidata a rappresentare un’antichissimo luogo rituale.


Perché Homo sapiens ce l’ha fatta e Neanderthal no?

Erano gente in gamba, eppure si estinsero 30-40 Ka. Come mai?
Sta raccogliendo consensi l’ipotesi che la scomparsa di H. neanderthalensis sia da collegare all’arrivo di Homo sapiens in Europa.
Dobbiamo pensare al primo genocidio a opera della nostra specie? Non necessariamente, perché:

  • i sapiens erano tanti e si stavano diffondendo a macchia d’olio;
  • sfruttavano le stesse risorse dei cugini Europei;
  • tra i Neanderthal dell’ultimo periodo (anche detti “classici”) c’era poca variabilità genetica;
  • si sospetta che l’equilibrio tra natalità e mortalità nei Neanderthal fosse precario.


Insomma, alla nostra specie potrebbe essere bastato anche solo un piccolo vantaggio per determinare la loro estinzione nel corso di pochi millenni.


Probabilmente, non vi stupirà sapere che diversi gruppi di ricerca stiano cercando di scoprire la natura di questo vantaggio; e che stiano indagando sul Sistema Nervoso per svelare l’arcano.

La differenza più interessante tra di noi stava nel cervelletto.

In poche parole, Kochiyama et al. hanno creato delle ricostruzioni virtuali dettagliate dei cervelli di alcuni Neanderthal, partendo da crani fossili e da scansioni di risonanza magnetica (MRI) di umani viventi.

Come hanno fatto?

Quando due specie si sono separate abbastanza recentemente, hanno un’anatomia cerebrale comparabile. Per esempio, scimpanzé (Pan troglodytes) e bonobo (Pan paniscus) sono strettamente correlati; e la morfologia del cervello dello scimpanzé può essere usata per ricostruire, in maniera sufficientemente buona, quella del cervello del bonobo ( e viceversa).
È stato fatto lo stesso per ricostruire i cervelli dei Neanderthal, “deformando” la morfologia del cervello di Homo sapiens.

Quello che si è osservato è una notevole differenza, sia dal punto di vista morfologico che del volume, tra il cervelletto dei Neanderthal e quello di Homo sapiens, differenza presente già nei primissimi membri della nostra specie, ben prima dell’estinzione neanderthaliana.
L’immagine a fianco mostra un cervelletto moderno.


Si tratta di una notizia molto succosa: se quest’organo è conosciuto per il suo ruolo nel movimento e nell’equilibrio, esso nasconde anche delle sorprese…


Infatti, gli emisferi del cervelletto sono coinvolti in parecchie funzioni cognitive, come: l’attenzione e inibizione delle interferenze, la flessibilità, il linguaggio e la memoria.


Curiosamente, sono tutti aspetti attribuiti per tradizione ai lobi frontali del cervello, che però non mostravano differenza tra Neanderthal e Homo sapiens!

Dunque è possibile che il vantaggio di H. sapiens stesse in abilità cognitive e sociali più sofisticate. Equivale a dire che i Neanderthal erano stupidi? Certo che no! Erano semplicemente diversi, e purtroppo la pressione selettiva è diventata troppo forte, ad un certo punto.

Noi, invece, siamo ancora qui, a provare a raccontare le vicissitudini degli altri. Ma forse ad interessarci di più sono le nostre. E allora ci vediamo per il settimo e ultimo episodio, dove si parlerà finalmente di Homo sapiens.

Alla prossima.



Le fonti si trovano alla fine dell’episodio 1.

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