Affinità/Divergenze tra gli estinti e Homo sapiens: del conseguimento della maggiore età. Pt. 7

Ed eccoci al capitolo finale dell’evoluzione umana, il punto zero: la nascita di Homo sapiens. Una specie capace di produrre ottima arte, scienza e tecnologia, grazie alla combinazione di ragionamento intuitivo e manipolazione dei simboli. Però non vorrei che qualcuno rimanesse deluso, e dunque voglio mettere le mani avanti. Questo non sarà un panegirico sull’umano moderno, bensì una semplice analisi di ciò che ci rende diversi da tutti gli altri gruppi umani; talmente tanto che loro non ci sono più, e noi invece siamo miliardi. Ma la nostra diversità non esclude il legame che abbiamo con gli estinti e con il Pianeta.

Homo sapiens: africano, neotenico e rivoluzionario.

Mentre in Europa nasceva la specie Neanderthal, sotto la rigida pressione selettiva del freddo glaciale, e in Estremo Oriente si potevano ancora trovare rappresentanti di Homo erectus e Homo floresiensis, in Africa altre forme umane continuavano la loro vita.
I resti fossili testimoniano una grande variabilità morfologica: solitamente vengono ascritti alla specie Homo heidelbergensis, anche se non mancano studiosi che vorrebbero riconoscere, in questa umanità di mezzo, tante altre specie in base alla localizzazione geografica.
Attualmente si ipotizza che Homo sapiens sia un discendente di H. heidelbergensis africano.


In particolare, i suoi (i nostri) tratti distintivi sarebbero comparsi in un periodo databile tra i 300 Ka e i 200 Ka. Il contesto ecologico era quello della Riss, la penultima glaciazione prima della nostra epoca.


In Africa, l’effetto della glaciazione fu – come abbiamo imparato negli episodi precedenti – quello dell’inaridimento, che fu particolarmente intenso, e della frammentazione dell’habitat.
Una nuova speciazione, dunque: però, stavolta era nato qualcosa di completamente inedito.


Rivoluzione dello sviluppo e rottura col passato.

Sin dal principio, il cranio di H. sapiens ha una forma rotondeggiante, e risulta espanso verso l’alto, con questa fronte ben definita che spinge lo scheletro della faccia verso il basso; il volto è gracile, e col passare del tempo perde il rilievo osseo a livello delle sopracciglia… E, sebbene manchi la mandibola, se ci fosse, vedremmo un mento appuntito.

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Globularizzazione


La forma rotonda del cervello dipende dall’espansione dei lobi parietali. Compaiono sul cranio delle rotondità chiamate bozze parietali, che segnano il punto di massima larghezza.


In tutte le altre specie umane conosciute, l’encefalizzazione – la crescita del cervello, in sostanza – si adattava a una scatola cranica bassa e allungata su un asse antero-posteriore; il volto, invece, era grande e collocato davanti, e non sotto, al neurocranio. Praticamente una morfologia arcaica, che si era affermata circa 2 milioni di anni orsono!

Allora, quello che è successo con Homo sapiens è un evento improbabile dal punto di vista statistico.

Ma che cosa può aver cambiato la morfologia del nostro cranio?
Secondo il paradigma evo-devo, cioè lo studio dell’evoluzione accoppiato alla biologia dello sviluppo…


Deve essere cambiato qualcosa nei geni Hox, che regolano tempistica e modalità dell’accrescimento e dello sviluppo del nascituro, e lo fanno perché attivano a cascata altri geni.


Facciamo un esempio. Se una mutazione dei geni regolatori va ad influenzare la chiusura delle fontanelle, non ci saranno più i vincoli che avevano sempre prodotto il cranio allungato, e questo tenderà ad assumere la forma rotonda, più semplice.
Riassumendo, nei nostri avi l’espansione cerebrale – difatti il volume endocranico era di poco inferiore al litro e mezzo – si è armonizzata con un’architettura del cranio tutta nuova.
Il bello della faccenda è che questo coordinamento armonico tra i due processi – espansione ed ossificazione – potrebbe aver richiesto un allungamento dei tempi di crescita di H. sapiens.
Vediamoci chiaro.

Massimi livelli di neotenia.

La neotenia, come avevamo visto in precedenza (leggi pt. 3) è il mantenimento prolungato dei caratteri giovanili in un individuo; il quale si ottiene con un ritardo dello sviluppo o, in altre parole, con un lungo periodo di crescita.


In questo senso, la specie più neotenica tra i Primati e all’interno del nostro genere siamo proprio noi, Homo sapiens. Grazie allo studio sulle corone dei denti sappiamo che persino i Neanderthal, nostri cugini stretti, maturavano prima di noi: infatti, si ipotizza che raggiungessero la piena maturità già verso i 13-14 anni (vedi Smith et al. 2010).



I nostri piccoli nascono indifesi e completamente dipendenti dalle cure parentali, e lo rimangono a lungo. Durante il primo anno di vita postnatale il nostro cervello continua a crescere, cresce con ritmi paragonabili a quelli di un feto; e il cranio, che nei neonati è molto elastico, asseconda il cervello e si riorganizza.



Negli umani moderni, anche l’infanzia e l’adolescenza si sono prolungate.

Questo potrebbe averci fornito un enorme potenziale. Pensateci: più tempo per sviluppare salde relazioni sociali, per il gioco, l’imitazione e l’apprendimento.
Ma l’apprendimento di che cosa? Di conoscenze che vengono ereditate di generazione in generazione, di cultura. Ed effettivamente, la cultura di Homo sapiens è diversa da quella delle altre forme umane note, sia dal punto di vista quantitativo che a livello qualitativo, per la sua enorme evoluzione e diversificazione! Più tardi ci torneremo.

Paleogenetica, ovvero, perché veniamo dall’Africa.

Possiamo percorrere a ritroso la storia del nostro gruppo grazie allo studio del genoma umano, cioè il corredo cromosomico contenuto nelle nostre cellule. In particolare, i genetisti fanno indagini sul DNA mitocondriale (mtDNA). Praticamente è il codice genetico dei mitocondri, le minuscole centrali energetiche della cellula.

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Come immaginiamo Eva mitocondriale (fonte qui).

Eva mitocondriale


Ciò che rende speciale il mtDNA è che viene trasmesso solo di madre in figlia – perché è l’ovulo a contenere i mitocondri – permettendo di seguire una linea temporale che colleghi un’antenata alle madri discendenti.


La stessa cosa si può fare con il cromosoma Y, il quale viene trasmesso solo di padre in figlio: dunque, l’antenato comune che ha dato ai padri discendenti il suo cromosoma Y viene detto “Adamo cromosomico”.
Le analogie con la cultura ebraico-cristiana si fermano qui, dato che le analisi genetiche mostrano che Eva mitocondriale e Adamo cromosomico sono vissuti in periodi diversi.
E le rivelazioni non si fermano qui.
Grazie a studi di genetica di popolazione risulta che tutti gli Homo sapiens viventi discendono da una popolazione piccola, vissuta in un passato relativamente recente, nel Continente Africano.


La variabilità è bassa tra gli umani di oggi: le comunità con la maggiore diversità genetica sono quelle dei cacciatori-raccoglitori Khoi e San, e vivono in Africa.



Sono risultati che rendono obsoleto il precedente modello della evoluzione multiregionale di H. sapiens, secondo cui il genere umano si sarebbe evoluto in Europa, Africa e Asia separatamente e in parallelo.
A parte che un modello di questo tipo strizzava l’occhio alla teoria infelice delle “razze umane”, anche le evidenze fossili e archeologiche dimostrano che l’Africa è stata la culla dei sapiens, supportando gli studi di genetica.

La genetica rivela un’altra cosa interessante su Homo sapiens.

È emersa una drammatica riduzione delle popolazioni non-Africane di H. sapiens, in un periodo compreso tra i 120 Ka e i 10 Ka: sembra che, ad un certo momento, fossero rimasti qualcosa come 2000 individui in grado di riprodursi. Insomma, un bel collo di bottiglia dimostra come i nostri antenati non fossero a prova di morte, tipo i personaggi di una sceneggiatura scritta male, ma che fossero soggetti a una forte pressione selettiva al pari degli altri.

Dunque, ora che abbiamo chiarito la nostra provenienza, sarebbe bello capire perché siamo dappertutto

Protagonisti di una terza Out of Africa.

Homo sapiens ripete uno schema che abbiamo imparato a conoscere. Nasce una nuova specie, che ha successo in un determinato contesto ecologico; perciò cresce, e inizia a frammentarsi e a diffondersi.
Era inevitabile che varcasse le soglie dell’Eurasia, e pare che cominciò a espandersi fuori dall’Africa assai presto, poiché lo ritroviamo in siti mediorientali come Skhul, sul monte Carmelo, intorno ai 100 Ka, e a Qafzeh circa 92.000 anni fa.
Ci sono due cose particolari, a proposito di questa nuova Out of Africa:

  • in primo luogo, Homo sapiens esce più volte, magari in piccoli gruppi, in periodi diversi;
  • ma il fatto più notevole è che non si limita a occupare il Vecchio Continente; invece, arriva in Australia già 65 Ka, ben prima di stabilirsi in Europa (ca. 45 Ka), e poi arriva nelle Americhe intorno ai 20 Ka, passando dalla Beringia.

La nostra è stata la prima ed unica umanità ad avere una distribuzione planetaria.


Terza Out of Africa (fonte Le Scienze).
Perché le “razze umane” non esistono.

Il concetto di razza è corretto in zootecnia, avendo Noi prodotto, per selezione artificiale, delle caratteristiche estetiche, di robustezza, di indole etc. negli animali.
Quando si fanno i conti con la selezione naturale, la quale non risponde a nessuno e non segue un preciso disegno, ecco che parlare di razza diventa inappropriato. Soprattutto perché sottintende che ci sia una gerarchia, con poche razze “superiori” che calciano sulla nuca le razze “inferiori”.

Invece la genetica ci dimostra che le differenze tra i gruppi umani sono piccolissime; inoltre, l’occupazione planetaria di H. sapiens ha di fatto impedito che ci fosse tempo sufficiente per la nascita di razze.
Perciò, siamo capaci di identificare un Siberian Husky e un carlino semplicemente guardandone il DNA; due esseri umani presi a caso, anche da Continenti diversi, avranno una diversità genetica… inferiore all’1 per mille.

L’eredità degli estinti nel DNA umano.

È una vera fortuna che il DNA arcaico si conservi nelle ossa fossili, in determinate condizioni: perché abbiamo modo di studiare le relazioni di parentela tra noi e quelli che non ci sono più. Figuratevi la sorpresa dei genetisti, quando si sono accorti di avere le prove di una soap-opera preistorica.
Ricapitoliamo: i primi siti di Homo sapiens fuori dall’Africa li troviamo nel Vicino Oriente. Al tempo, questo antichissimo crocevia era popolato da comunità Neanderthal; prima di ritrovarci in Europa, abbiamo convissuto a lungo con loro – per esempio, in siti come Tabun e Manot – e non deve sorprendere che ci siamo stati dei contatti sessuali. Come ne siamo al corrente? Nelle popolazioni eurasiatiche è rintracciabile una piccola percentuale di DNA neanderthaliano – 0,5-4,0 % – diversa in ognuno di noi.


In breve, dall’accoppiamento tra noi e i nostri cugini sono nati bambini ibridi, che però erano fertili e in grado di accoppiarsi con individui di entrambe le specie. Quindi si è verificata l’incorporazione di materiale genetico neanderthaliano, detta in gergo tecnico introgressione.


Le notizie succose non sono finite. La prima è che anche H. sapiens ha dato qualcosa ai Neanderthal: il gruppo di Svante Pääbo dell’Istituto Max Planck di Lipsia ha dimostrato che Homo neanderthalensis aveva sia il DNA del mitocondrio dei cugini sapiens, sia il cromosoma Y.

L’altra notizia riguarda un altro evento di ibridazione, stavolta con un’altra specie. Sono degli individui di cui ho appena accennato negli episodi precedenti, poiché abbiamo ritrovato solo alcuni denti e due falangi: i Denisova dei monti Altai (Siberia).
Dai resti, risalenti a 45 Ka, si è visto che circa il 5% del DNA Denisova è custodito nel genoma dei papua-melanesiani attuali. Perciò ci sono stati accoppiamenti anche con questi umani ancora senza volto; poi va detto che i Denisova si sono incrociati pure con i Neanderthal, ma questa è un’altra storia.

Curioso che la percentuale di DNA antico in noi sia così ridotta.

Molto probabilmente, buona parte del patrimonio genetico dei nostri cugini è stato “bocciato” dalla selezione naturale. I geni rimasti potrebbero aver conferito ai primi H. sapiens dei vantaggi, ad esempio l’immunità nei confronti di microbi a cui non erano abituati.

Arte Paleolitica. Partendo da sinistra in alto abbiamo i felini della grotta Chauvet (fonte qui), la Venere di Willendorf (qui), pitture di Cueva de Las Manos (qui), l’uomo-leone di Hohlenstein-Stadel (qui), ed infine la placca di Abri Blanchard, che probabilmente raffigura un analemma della Luna (qui).

La mente moderna. Esiste Homo sapiens 2.0?

Sebbene abbiamo i primi resti di H. sapiens intorno ai 300-200 Ka, esiste ancora oggi una diatriba su quando e come sia emerso il comportamento moderno. Cioè, se ci sia stato una sorta di Big-Bang, un nuovo evento genetico che avrebbe creato gli umani “culturalmente moderni” del Paleolitico superiore; oppure, più semplicemente, uno sviluppo graduale delle nuove capacità. In che senso? L’ipotesi gradualista, se così si può dire, vuole che il nostro cervello sia sempre stato lo stesso fin dalle origini, ma solo in seguito avrebbe espresso le sue potenzialità.
Insomma, secondo questa ipotesi, tutto quello che ci rende Homo sapiens sarebbe frutto di un exattamento.

Exattamento (exaptation).

Si parla di exattamento quando una caratteristica, emersa in un dato contesto, viene riciclata per partecipare a una nuova funzione.
Le funzioni mentali più complesse, come il linguaggio, la memoria, il processo decisionale, richiedono lo sforzo combinato di molte aree cerebrali diverse e magari distanti tra loro. In gergo si dice che sono state cooptate per un nuovo scopo.

Il record archeologico sembra suggerire uno sviluppo graduale della nostra mente. Siti africani risalenti al periodo della Middle Stone Age – che corrisponde grosso modo al Paleolitico Medio europeo – mostrano una tecnologia che assomiglia abbastanza a quella dei cugini Neanderthal.
Anche i primi Homo sapiens ottenevano schegge di pietra usando la difficile tecnica Levallois; nel sito di Blombos sono state trovate piccole conchiglie forate, con sopra tracce di ocra rossa, dunque producevano monili e usavano pigmenti

Però, già 80 – 75 mila anni fa alcuni reperti mostrano una diversificazione della cultura dei nostri antenati.

Restando a Blombos, strumenti in osso, punteruoli finemente lavorati – al punto da sembrare aghi – minuscole punte bifacciali, anche dette microliti, le quali suggeriscono l’uso di arco e frecce per cacciare il bestiame; oppure un arpione d’osso, sul quale erano stati intagliati barbigli affilati, dissotterrato nella Repubblica del Congo.
Con il passare dei millenni, l’innovazione e la produzione di cultura diventano sempre più la cifra della nostra specie. Basti pensare ai reperti tipici del Modo 4 (o Aurignaziano).

Umani del Paleolitico superiore.

Tutte le volte che abbiamo riscoperto insieme una forma umana estinta, l’attenzione è caduta soprattutto sugli strumenti per procurarsi il cibo. Con Homo sapiens accade il contrario: prima di tutto c’è il suo mondo interiore, fatto di arte rupestre e celebri statuette femminili, ribattezzate “Veneri Paleolitiche”, e tanto altro.
Quelle persone sono morte da tempo, e rimarrà sempre un mistero cosa significassero nella loro cultura. Resta quello che trasmettono: una interdipendenza con la Natura, il tentativo di interpretarla, e la celebrazione degli eventi cardine della vita. Anche la morte.

Sepoltura di Sungir


Datata 27 Ka, contiene i resti di un adulto, un ragazzino e una ragazzina, coperti di
ornamenti. Ma la cosa più interessante sono delle lance ricavate dall’avorio di Mammuth. Questo materiale era troppo fragile da usare per armi da caccia o difesa…
almeno, nel mondo dei vivi.
Tali strumenti potrebbero indicare la capacità di coscienza autonoetica di H. sapiens.


L’autonoesi è la consapevolezza che il tempo è qualcosa di relativo, e noi lo
sperimentiamo ricordando episodi passati o immaginando scenari futuri.


Questi “viaggi nel tempo mentali” potrebbero aver convinto gli antichi H. sapiens che
l’esperienza dopo la morte fosse qualitativamente diversa dalla vita, e richiedesse un equipaggiamento differente.

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Esaminando la loro tecnologia, si scoprono altre cose…

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Lame di pietra (fonte qui).

Modo 4


Caratterizzato da lame di pietra, manufatti in osso, corno e avorio.

I nostri erano senza dubbio abilissimi cacciatori, e potevano vantare un armamentario di tutto rispetto. Tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’epoca attuale, chiamata Olocene o Antropocene, Homo sapiens ci dà altri indizi sulla complessità della sua mente.
In questo frangente parliamo del ritrovamento, in Francia e Spagna, di arpioni risalenti forse a 17 Ka. Cos’hanno di così interessante? In pratica, un arpione è un insieme di parti che vengono poi assemblate.


Ciascuna parte è utile solo insieme a tutte le altre: un buon risultato finale dipende dalla facoltà di immaginazione
e monitoraggio del sistema.



Avvicinandoci ancora di più al presente incontriamo anche dispositivi che lavorano in remoto, anche senza un operatore umano: trappole e pescaie, alcune risalenti a ben 9.000 anni fa.

Le spiccate capacità di innovazione, pianificazione, consapevolezza e pensiero astratto della nostra specie sono merito delle funzioni esecutive, il chiodo fisso per chi vuole decifrare la mente umana.
Chiudiamo questo excursus su Homo sapiens parlando proprio di una componente del funzionamento esecutivo: la memoria di lavoro, o working memory per gli anglofoni (WM). La quale viene spesso ancora chiamata memoria a breve termine (Short-Term Memory, STM).

La WM di Homo sapiens: un sistema potente e sofisticato.

Per cominciare, chiariamo cosa si intenda per memoria di lavoro. L’abitudine vuole che si consideri memoria solo gli episodi che ricordiamo o le conoscenze generali sul mondo; ma durante le nostre chiacchierate abbiamo visto che esistono altri tipi di memoria, come la memoria delle azioni, o procedurale.
Ecco, la working memory serve a mantenere attive delle info nel breve tempo che ci serve a manipolarle per svolgere un compito.
(Fonte immagine: qui).


La memoria di lavoro si nutre di tracce della memoria a lungo termine, di fonemi e parole (mantenuti dal loop/ciclo fonologico) e info relative
all’identificazione/localizzazione degli oggetti (taccuino visuo-spaziale). Un esecutivo centrale tiene traccia delle attività di tutti gli “spazi” di lavoro; combina i vari elementi creando degli schemi dotati di significato e coerenza.



È un sistema che si aggiorna costantemente, senza il quale avremmo grosse difficoltà nella vita quotidiana.

Ma quali vantaggi si possono avere da una memoria di lavoro potenziata?

Potrebbe aver influito positivamente sulle facoltà del linguaggio dei nostri avi. Dopotutto, personalità del calibro di Ian Tattersal ritengono che la chiave del pensiero moderno stia proprio qui.
Per spiegare, se un cervello dispone di una capacità di memorizzazione fonologica superiore, aumenterà anche la complessità degli enunciati che la persona può produrre. Le conseguenze saranno:

  • interazioni sociali e piani più elaborati;
  • pensiero flessibile e creativo; potendo tenere a mente e riflettere su un maggior n° di opzioni, si fanno esperimenti mentali trovando soluzioni inedite.

Si tratta di un’ipotesi intrigante, che merita di essere indagata ancora più a fondo. Chissà, forse un vantaggio linguistico rispetto alle altre specie Homo può aver decretato il nostro successo planetario…

Epilogo – Il destino di Homo narcissus.

Forse avete iniziato a leggere questa serie pensando che si raccontasse di Homo sapiens, delle sue meraviglie e delle sue conquiste. Invece adesso scoprite che la nostra storia occupa l’ultimissimo posto, e per sette episodi è stata sfruttata come pretesto per parlare di tutti gli altri. Gli altri, sì.

Il reperto più bello di tutta l’evoluzione umana, sapete qual è? È il ciottolo di Makapansgat, ha 2,5 milioni di anni, ed è speciale: perché qualcuno ci ha visto un volto e se l’è portato appresso.
Pareidolia.
O semplicemente, il segno tangibile che qualcuno esisteva prima di noi, un grande albero di umanità ramificate di cui si è cancellato quasi tutto.

Il problema è che la Storia la scrive sempre chi ha vinto; forse restare da soli ci ha fatto male, vista la fatica che stiamo facendo per liberarci dai vecchi pregiudizi. La credenza che gli altri erano in gamba, sì, ma è ovvio che Homo sapiens ce l’ha fatta perché Noi eravamo i migliori..!

Forse è un bene che siamo rimasti da soli. Saremmo stati in grado di riconoscere dignità umana a Homo erectus, ai piccoletti di Flores, ai Neanderthal, anche se non erano esattamente come noi? O magari sarebbero finiti confinati in riserve, per la loro “salvaguardia”, o sarebbero stati impiccati agli alberi e bruciati come forma di svago, o sarebbero stati accusati di inquinare la nostra razza, privati della libertà e sterminati?

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Ma ormai i giochi sono fatti. Siamo qui da soli, siamo nati per un caso e il caso ha voluto che uscissimo in forze dall’ultima glaciazione. Sapere di non essere mai stati la specie eletta è una consolazione ma anche una responsabilità, perché la Terra non è proprietà della specie egocentrica ma ci ospita, e può fare benissimo a meno di noi.
Eppure siamo gli artefici di una colossale estinzione di massa; in questo momento, per il Pianeta noi siamo dei bambini capricciosi che scorrazzano e sfasciano tutto.
Alla luce di tutto questo, possiamo dire che siamo maturi, Homo sapiens ha raggiunto la maggiore età?
Ognuno risponda come crede.

Alla prossima.



Le fonti sono disponibili alla fine dell’episodio 1.

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